—Stamattina, presto.

—E non hai proprio nessuna speranza di.... commuovere tuo zio?

—Proverò ancora... chi sa!...

Andrea e Angelica fingevano a vicenda. Non c'era più nessuna speranza e lo sapevano, ma in quel momento sentivano entrambi il bisogno di essere soli, di chiuder gli occhi, di provarsi a riposare, a dormire, a dimenticare. E tutti e due si lasciarono, nel separarsi, quel filo di speranza, più che per altro, per render più facile il loro addio.

Quando Andrea riprese, solo soletto, la lunga strada che dal Villino delle Grazie lo riconduceva a Nuvolenta, aveva la testa grave, lo stomaco fiacco, gli occhi pesi. Tante scosse, tante emozioni, e poi il non aver toccato cibo e il gran girare di tutto quel giorno, lo avevano mezzo ammazzato. Camminava strascinando le gambe, coi piedi che gli dolevano, dondolando la testa, dondolando le braccia, chiudendo gli occhi, e anche dormendo di tratto in tratto. La giornata doveva essere assai calda: non spirava alito di vento, e il sole pareva sorgere dietro un grosso muraglione di nubi nere. Andrea non pensava più a niente... altro che ad arrivare a casa: i suoi sensi erano attutiti; l'anima stessa, affranta dalla fatica, non aveva altro bisogno che di quiete.

In quel silenzio profondo della prima ora mattutina, la sottile voce dell'acqua cadente si ripercoteva più forte, ma Andrea non l'udì. Non udì il gorgoglìo dolce come il canto dell'usignuolo, l'eco soave, come il nome di Angelica. La casetta, adagiata in mezzo al verde dell'ameno collicello, appariva tutta bianca e gentile, alla prima luce, colle finestre fiorite di garofani. Ma Andrea vi passò dinanzi assonnato, cogli occhi chiusi; e neppure guardò alla stradetta dove incontrava Angelica, dove la scorgeva da lontano.... Egli non vedeva più che un punto bianco e soffice in una camera buia... il suo letto su cui si sarebbe buttato e addormentato subito. Vi arrivò finalmente, si spogliò in un attimo e, coricatosi, dormì profondamente, senza sognare. Quando si svegliò, ancora intronato, si rizzò di soprassalto e guardò spaventato l'orologio: in quel subito, temette aver fatto tardi per il suo solito ritrovo con la marchesa. L'orologio segnava le undici!... Allora ricordò, ricordò tutto in un lampo... pensò che non avrebbe più riveduto lungo il viottolo dalle siepi alte e spesse la figurina bianca e gentile, l'ombrellino sfolgorante al sole... pensò che il Villino sarebbe stato chiuso, chiuso per sempre... pensò che Angelica non era più sua... un gran vuoto sentì intorno a sè, e dentro di sè una gran desolazione; un nodo di pianto gli salì alla gola, gli s'intorbidirono gli occhi, e preso dalla disperazione gridò piangendo e singhiozzando colla faccia sul guanciale:

—L'ho perduta!... l'ho perduta!...


[c415]