XV.

La gran notizia delle illustri nozze fra il nobile commendatore Pompeo Barbarò di Panigale, deputato al Parlamento, e la contessa Angelica di Castelnovo, vedova del marchese Alberto di Collalto, fu data da tutti i giornali cittadini, e dal Moderatore, con parole enfatiche per la bellezza della sposa, e le virtù pubbliche e private dello sposo. Tuttavia, se c'erano sul Moderatore i complimenti soliti e la solita deferenza per l'onorevole Barbarò, mancava la forma, lo stile eletto dello Zodenigo, e ciò perchè il professore si era definitivamente ritirato dalla baaonda gioonalistica nella quale un gentiluomo, diceva lui, del suo stampo, non poteva reggere a lungo. E però, caldeggiato dalle raccomandazioni del deputato Barbarò, e da altri pezzi grossi, aveva ottenuto, per il momento, una sottoprefettura: quella brillantissima, nella stagione estiva, di Civitavecchia... a due passi dalla capitale e dai ministeri. Se tutte le vie conducono a Roma, quella di Civitavecchia era certamente la più breve.

L'avvocato Zodenigo (adesso in prefettura non lo chiamavano più professore, ma avvocato) aveva venduto il Moderatore, che ormai gli apparteneva interamente, facendo un ottimo affare per la borsa, e insieme anche per la sua dignità e indipendenza di carattere. Egli lo aveva venduto ad una Società di capitalisti Italiani, Tedeschi, Svizzeri, di tutti i paesi insomma, la quale aveva presentato al Comune di Milano una proposta d'appalto per certe grandi opere edilizie; proposta vantaggiosissima, se non per la Città, certo per gli imprenditori. Ma nell'opinione pubblica spirava un'auretta avversa alla camorra dei milioni, come la chiamavano, onde occorreva alla Società un organo diffuso e autorevole, che godesse molto credito fra le teste quadre del Comune... e si rivolsero al Moderatore.

Lo Zodenigo, che già gli attendeva al varco, aveva subito presa un'attitudine di aspettativa vigile e diffidente. Interrogato sulla condotta che in tale argomento avrebbe tenuto il Moderatore, egli la fece cascar dall'alto, gonfiandosi come una balena e dichiarando che in una "questione così gaave, dalla quale poteva dipendere tutto l'avvenire economico e industriale di Milano" lui voleva vederci chiaro e parlar chiaro: vi era impegnato il suo carattere di pubblicista, la sua coscienza di cittadino, la sua lealtà di gentiluomo. In fine, preparava tutte le sue armi per una battaglia accanita... l'ultima forse della sua vita giornalistica; era stanco, sfiduciato, nauseato del mestiere; "la stampa non era più un sacerdozio, ma un impiego privato o governativo... quando non nascondeva un ricatto."

—Oh i bei giooni nostii,—esclamava lo Zodenigo,—quando col compianto Caldarelli, il mio illustre maestro e collega, si combatteva soltanto per un ideale!... Mah!... quei tempi son passati... quegli uomini son quasi tutti mooti....—E il professore apriva gli occhi, si guardava attorno, poi li tornava a chiudere sospirando, col dolore malinconico di chi si trova solo.

La società dei banchieri internazionali capì il latino... l'onorevole Barbarò ci entrò di mezzo... e fu comperato il Moderatore a peso d'oro, pesata insieme anche la tipografia.

Ma, se in seguito a tali avvenimenti, lo Zodenigo non manifestò la propria esultanza per il matrimonio dell'Onorevole di Panigale sulle colonne del Moderatore, la espresse per altro, in una lettera da Civitavecchia all'Egregio Don Pompeo, nella quale si doleva anche, "della stanca mano, che non sapea più trar suoni dalla cetra antica," e dichiarava che quel matrimonio insigne, "pel quale avea concesso Venere i suoi doni più rari, e Minerva e Amaltea," non era soltanto un bel matrimonio, ma una bella azione, che faceva onore al tatto e al cuore, del carissimo Don Pompeo, e che certo doveva ottenere, "un plebiscito unanime di simpatia."

Così scriveva l'avvocato Zodenigo...; così invece non la pensavano Donna Lucrezia e Beppe Micotti, diventati buoni amici in quegli ultimi tempi, perchè stretti da una causa comune: la solenne ingratitudine,—di quel gran can della Scala,—del Barbarò.

I loro servizi non erano stati ricompensati secondo il merito. Beppe Micotti si lagnava colla Balladoro perchè el sciur, dopo essere riuscito deputato, lo avea messo da parte, allontanandolo dagli affari; e Donna Lucrezia era furibonda perchè la pace fra il Barbetta (lei adesso affettava di chiamarlo soltanto col suo nome plebeo) fra il Barbetta e gli sposi, era successa per merito suo, rimettendoci un'ala de polmon, ma viceversa poi la Regina delle Antille era rimasta inedita, ad onta dei più sacri giuramenti, cosicchè il maestro Forapan, invece di dichiararsi, era partito per Pietroburgo con una gran compagniona de cartel.

—Meglio i Russi, tesoro mio,—gridava la Balladoro, schizzando ira e spruzzi di saliva dalle gengive sdentate,—meglio i Russi di un governo impotente che si lascia rubare dai Tedeschi anche la musica, il nostro patrimonio nazionale!... meglio i Croati!... Mi ricordo appena dei Croati perchè a quei tempi ero ancora una piavoléta appena nata, ma mi ricordo e posso dire,—meglio i Russi, i Croati e gli Ottentoti, di un governo di pitocconi!...