Beppe Micotti non era stato allontanato dagli affari di casa Barbarò, ma soltanto da Milano e da Panigale, e ciò perchè il marchesino Stefano non avesse a incontrarsi col signor Serafino Bianchi.

—Oh si tratta di un affare da poco!—soggiungeva intanto Beppe Micotti, il quale aveva indovinato i timori della Balladoro.—Voglio rigirarmi il capitaletto lasciatomi dalla vecchia!...

La Veronica, appunto, era morta in quei giorni nella casa di salute dov'era stata ricoverata; ma Donna Lucrezia sapeva di sicuro che non avea lasciato nemmeno un soldo.

—Che imprudente!... Che stupida sono stata, a dir tanto male del Barbarò.—E continuava a masticare, inquieta e ansiosa di riparare all'errore commesso.

—Tuttavia mi piace d'esser sincera,—esclamò dopo un momento,—il commendator Pompeo in fin dei conti non è mio parente, e non ha nessun obbligo del sangue... e poi gli affari, la politica, la fabbrica di Panigale, la deputazion, il matrimonio!... ha tante cose per la testa, quel benedett'omo, che se pol anche compatirlo, e mi no ghe ne fasso una colpa a, ma alla Mary, a Giulio, ai miei due nipoti. Quei do tosi gli ho nutriti, posso dirlo, coi mio sangue!... per educar la Mary, perchè no' la mancasse de' gnente, sono andata in collera anche col mio barba, Francesco Alamanni, che mi ha diseredata; per non abbandonarla, ho rifiutato, un drio l'altro, tutti i più splendidi partiti, perchè quando ero giovane, posso dirlo, facevo girar la testa a tutti quanti, e ho avuti conti, marchesi, e anche un principe rumeno, un bel pezzo d'omo che incantava, ma mi—gnente!—dura—dighe de' no, sempre de' no, e tutto per quella ingrata, al cui confronto, siamo giusti, Don Pompeo diventa bianco come un colombin!...

E così, infilata la strada, Donna Lucrezia durò ancora per un pezzo a scagionare il Barbarò di tutte le sue colpe, e a sfogarsi contro la Mary, e contro Giulio che non avevano cuore, tanto è vero—diceva,—che aveano lasciato morir d'inedia la povera Filomena, una santa donna, un portento di fedeltà e di pulizia, che lei aveva ceduto loro a malincuor, e che aveva amato quelle due creature come una madre sviscerata;—tanto è vero, che non si erano mai curati di sapere se Francesco Alamanni (sempre zio, in fin dei conti) era andato a finir come Giona, in panza a una balena;—tanto è vero che avevano dimenticato fino il nome degli Alamanni, non altro dediti che ai lussi, agli spassi, ai divertimenti, e a far la corte a Don Pompeo, per cavàr bezzi!

—Mah... il danaro!—il vile metallo! è proprio tutto al mondo!—esclamò sospirando, e poi, battendo forte colla mano sul cuore, concluse,—per chi, per altro, no' ga de questo, e... corocochè!

—Brava Donna Lucrezia! Evviva el cuor!—esclamò il Micotti rifacendola con una sghignazzata.

Tuttavia bisogna avvertire che Donna Lucrezia avea trasceso nelle sue accuse, e non poco. La povera Filomena non era morta d'inedia, ma di vecchiaia, e la Mary, dopo averla assistita colla tenerezza di una figliuola, le avea detto, chiudendole gli occhi con un bacio,—salutami la mamma!

Certo che col passare degli anni Giulio e la Mary si erano pienamente assuefatti a vivere della vita del babbo, e anche la Mary avea finito col portare la corona e il titolo di nobile di Panigale sui biglietti di visita, e lo stemma (le due teste di moro in campo rosso) sugli sportelli della carrozza. Al loro secondogenito avevano messo nome Pompeo, ma d'altra parte al cimitero era stato eretto un magnifico monumento in onore dell'Alamanni, colla seguente epigrafe: