Il vecchio s'irritò, montò in furore, coprì d'insolenze tutta quella gente, piangendo di rabbia, mentre i camerieri lo cacciavan fuori, e gli altri continuavano a ridere a crepapelle, gridandogli dietro per far chiasso, evviva i preti! evviva i Tedeschi!

—Canaglia!—urlò il vecchio sulla porta, preso a spintoni fra i camerieri,—canaglia! canaglia!—Ma un colpo più forte lo mandò a ruzzolare in mezzo al fango della strada, sotto la pioggia che cadeva a rovescio, e una raffica di vento gli sparpagliò lontano tutti i giornali.

La scena aveva disgustato tanto il Carpani, che il giorno dopo scelse un'altra trattoria dove andar a mangiare, e in breve dimenticò il povero matto della Fiaschetteria al ponte di Ripetta.


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XVI.

Le nozze del deputato Barbarò di Panigale, riuscirono magnifiche oltre ogni dire. Il Sindaco in persona, colla sua bella fusciacca e col suo più amabile sorriso, unì civilmente gli sposi, e l'Arcivescovo stesso accettò volentieri di celebrare il matrimonio religioso nella cappella del palazzo nuovamente acquistato dal Barbarò, e appartenuto già all'antichissima casa dei Visconti Bescapè. Il marchese di Rho era il padrino dello sposo, e il marchese di Collalto quello della sposa, la quale fu poi accompagnata in Municipio e assistita, durante la cerimonia religiosa, dalla Mary, la sua dolce amica d'un tempo, che stava adesso per diventar quasi una sua figliuola. La marchesa, colla persona smagrita e incurvata, cogli occhi neri sbattuti, che spiccavano maggiormente sul viso pallido, pareva uscita allora da una gran malattia, sebbene non avesse avuto neanche un giorno di letto. Invece la Mary si era fatta ancora più bella e fiorente; la sua figura aveva acquistato un'aria matronale, una voce più rotonda, modi più risoluti. Quella mattina era poi vestita assai semplicemente, e sembrava anche più giovane: non portava gioielli, ma sul petto aveva appuntato il velo del cappellino, come si usava allora, con una piccola miniatura legata in oro e contornata di grossi brillanti. La miniatura era ancora quella della mamma; invece la montatura era nuova. Stavale dietro, mangiandola cogli occhi, il buon Giulietto Barbarò, un po' impacciato colla sua persona mingherlina, mentre essa dava il braccio a Stefano di Collalto, che per l'occasione pareva diventato più miope e più sottile del solito. Per seguire la moda fino all'ultimo, oltre al gestire e al camminare all'inglese, metteva l'accento inglese anche nelle pochissime parole che diceva. Ma seriissimo e impassibile fuori, dentro di sè era gongolante di quelle nozze: aveva sei cavalli in scuderia, i più belli del reggimento, e, per gratitudine, aveva già cominciato a chiamar papà don Pompeo di Panigale. La calca dei curiosi fuori del Municipio, e alla porta del palazzo era stata enorme. A dar poi anche più lustro a quelle nozze, il Re, che non si era dimenticato di essere stato ospite del deputato Barbarò, mandò a regalare alla sposa uno splendido braccialetto: dono veramente reale. Pompeo Barbarò, che per sua soddisfazione lo avea fatto stimare segretamente dal proprio orefice, ci aveva riscontrato più di quindicimila lire soltanto in pietre preziose.

Alla colazione che precedette la partenza degli sposi per il viaggio di nozze, oltre a tutti gli amici, i migliori del bel mondo, oltre al sindaco, al prefetto, a un paio di generali, e ad una mezza dozzina tra deputati e senatori, c'era pure il marchese Brancaccio, presidente del Luogo Pio dei Sordo-Muti, l'avvocato Terzi, presidente dell'Ospizio di Santa Maria Segreta, e il cavalier Marnulfi, presidente della Congregazione di Carità...: insomma una rappresentanza di tutti i vari luoghi pii milanesi, ai quali il Barbarò nell'occasione del suo matrimonio aveva regalato, complessivamente, la cospicua somma di cinquecento mila lire. Splendida elargizione, che gli procurò lodi universali colla proposta di una medaglia d'oro, da conferirgli al suo ritorno, mentre lo Zodenigo gli telegrafava il proprio plauso da Civitavecchia, con una solo parola: Egregiamente.

C'era stata anche donna Lucrezia al matrimonio, ma giù in strada, dinanzi al Municipio, confusa tra la folla che brulicava in mezzo alle carrozze. La Balladoro aveva scritto di suo pugno prima all'Angelica, poi alla Mary e a quel pandòlo di Giulio, e in fine allo stesso Barbarò, significandogli, in anticipazion, che sarebbe rimasta molto offesa e mortificata se non l'avessero compresa nella lista degli invitati, tanto più che una Balladoro (di quei veri di Venezia) poteva anche essere invitata a corte senza svergognar nessuno. "Ma per via dell'ingratitudine della quale si vedeva ognora corrisposta da tutti quanti, aveva pensato, caso mai, di prevenire lo smacco, non maravigliandosi più di niente!"