Il Barbarò, invece di rispondere, le mandò un suo ragioniere con un biglietto da mille lire, e coll'incarico di farle intendere che, quanto all'ingratitudine, non aveva ragione di lamentarsi, perchè viveva, e viveva bene, colle elargizioni di donna Mary, la quale, non avendo un soldo, era sempre lui che pagava; e circa poi all'invito, doveva capire una volta per sempre, che Don Pompeo avrebbe continuato a chiudere un occhio su ciò che faceva sua nuora, purchè la signora Balladoro se ne stesse tranquilla e sopratutto in disparte.

Donna Lucrezia strepitò, pianse, parlò di ricorrere ai tribunali, ma alla fine prese le mille lire facendosi promettere dal ragioniere che sarebbe ritornato da lei un altro giorno, con più comodo, perchè aveva bisogno di sfogarsi, di aprirgli tutto il suor cuor, di esporgli tutte le enormi ingiustizie delle quali era "vittima giornaliera" per parte della Mary, dell'Angelica, di quel pandòlo del signor Giulio, ed anche del commendatore, quantunque omo de gran talento, ma messo su, contro di lei, da quel birbante dello Zodenigo. Il ragioniere non era più ritornato, ma Donna Lucrezia non avea potuto resistere, era andata al Municipio, il giorno delle nozze, contentandosi, per non dar nell'occhio al Barbarò e non disgustarlo, di rimaner fuori in istrada, a vedere, e a far sapere alla gente che la marchesa Angelica, la sposa, era sua cugina, come marchesa di Collalto e come contessa di Castelnovo, per cui quel gran milionario del commendator Barbarò di Panigale, veniva a essere da quel giorno in poi, suo cugino anca lù, e in primissimo grado.

Don Pompeo e Donna Angelica rimasero lontani da Milano parecchi mesi: visitarono Vienna, Parigi, Londra, poi fecero una lunga dimora in Iscozia. Quel viaggio era argomento di molte curiosità e di molti discorsi, e Diego di Collalto ne riferiva l'itinerario e gli episodi al Club e al Caffè Cova, ridendo cogli altri di Don Pompeo che, poco pratico del francese, faceva un gran studio di dizionari, e lasciava sempre parlar la moglie e il cameriere.

Ma quando gli sposi ritornarono a Milano, e il marchese Diego andò ad incontrarli alla stazione, non rise più. Il Barbarò, più grasso e più elegante, pareva ringiovanito, dacchè smesso l'uso del cerone, aveva adottata una tintura inglese, famosa. Angelica invece non era più riconoscibile: era invecchiata, con quasi tutti i capelli bianchi, col viso livido e smunto, colle guance infossate.... Soltanto gli occhi erano lucidi come prima; ma guardavano fissi, smarriti, con un'espressione di sbalordimento e di terrore: pareva chiedessero pietà e aiuto. La poveretta era molto ammalata: la febbre e la tosse la rovinavano.

—Nipotina mia,—le disse il marchese Diego che si sentiva scosso mal suo grado,—bisogna mettersi in quiete, e curarsi.

—Eh, sicuro,—rispose il Barbarò con un gran sospiro di compunzione,—bisogna curarsi: del resto l'ho fatta visitare dai migliori medici inglesi!—poi soggiunse con una risataccia—e come si fanno pagare, quei ladri!... costa caro anche il crepare in quei paesi!...

I medici avevano dichiarato al Barbarò che la marchesa Angelica, per quante cure facessero, non avrebbe potuto durare lungamente... e il Barbarò riferì subito, appena a Milano, quella sentenza, facendosi compiangere dalle signore, anche presente sua moglie, alla quale poi soleva dire, quando c'era gente, in tono piagnucoloso:—che cosa farò mai, io, senza di te?... che solitudine, se tu mi venissi a mancare!... non potrei più vedermi in una casa così grande: dovrei venderla!

Ma non erano veramente questi i suoi disegni. Don Pompeo pensava già di ammogliarsi una terza volta: ma voleva una giovane sana e allegra... non più un funerale di prima classe. Si era ammogliato una volta per compiere una buona azione, per far tacer la coscienza fino all'ultimo scrupolo, per far la fortuna del marchesino Stefano, che era rimasto forse un po' danneggiato dall'amministrazione di Villagardiana; ma avendo soddisfatto ai suoi scrupoli di galantuomo e di gentiluomo, quest'altra volta voleva soddisfare i suoi gusti: voleva allegria in casa, e voleva ricevere e divertirsi!

Gli affari non lo occupavano più; guadagnava, guadagnava, guadagnava, continuamente, favolosamente, ma senza fatica; i milioni affluivano spontaneamente nella sua cassa. Ormai non era più Pompeo Barbetta che correva dietro ai denari, erano i danari che correvano dietro a Don Pompeo Barbarò. Lui, data appena una capatina alla Banca, per far come il solito e per godere il reverente omaggio de' suoi sudditi, del resto passava le ore in un ozio sfarzoso. Amava adesso la vita politica, e anche la vita mondana: si compiaceva della voga acquistata dal suo nome e dalle sue ricchezze. Dava pranzi sontuosissimi, che dettavan legge alla moda; feste, che facevano chiasso, e alle quali accorreva, con tutta Milano, anche il meglio di Milano.

Ma c'era Donna Angelica che non era fatta, pel tenore di vita prescelto dal commendatore. Intanto, dopo i primissimi giorni, la passione del signor Pompeo per la bella marchesa, si era subito dileguata. Una donna sempre in lacrime, che lo guardava con gli occhi spaventati e che cadeva in convulsioni ogniqualvolta egli le si accostasse, non poteva certo riuscirgli molto gradevole.