Così, Don Pompeo, chiamava le gioie di famiglia (le più antiche delle quali rimontavano fino all'Agenzia di Via del Pesce), gioie che il Barbarò teneva sempre sotto chiave. Quando voleva che la moglie le mettesse, gliele dava, numerandolo a una a una sotto i suoi occhi: poi le riprendeva tornandole a contare, e le chiudeva nello scrigno.
La medaglia d'oro, da presentarsi a Don Pompeo Barbarò di Panigale, non era stata votata a unanimità; anzi aveva suscitato vivaci discussioni, ma finalmente il partito era stato vinto, e il marchese Brancaccio, come presidente del comitato, aveva avuto l'incarico di farla coniare e di portarla in forma solenne a Pompeo Barbarò.
Egli, in fatti, a capo della deputazione (di cui facevano parte tra gli altri il cavalier Marnulfi e l'avvocato Terzi), nel giorno stabilito, fu ricevuto nel Palazzo Barbarò tra due file di servitori, in gran livrea, che facevano ala lungo lo scalone magnifico, coperto di soffici tappeti, adorno di pregevoli statue e di piante bellissime. Altri servitori, ma questi con calze e scarpini a fibbia, erano disposti nelle anticamere, sotto il comando del maggiordomo, il quale invitò la deputazione a entrare in una gran sala. dove la pregò di compiacersi di attendere Don Pompeo di Panigale.
—Che sfarzo!—balbettò uno della Deputazione, un giovanetto magro e irrequieto, che metteva il piede per la prima volta nel palazzo Barbarò. Ma il marchese Brancaccio non rispose: guardava i quadri appesi alle pareti della gran sala, dentro ricchissime cornici dorate.
Dovevano essere ritratti antichi, di famiglia; matrone in guardinfante; guerrieri nelle armature lucenti; magistrati in toga e porporati col cappello cardinalizio... Ma appunto, in uno di quei guerrieri dal viso arcigno e superbo, il marchese Brancaccio, che apparteneva ad una grande famiglia andata in rovina, avea riconosciuto uno de' suoi avi più illustri.
Da un altro canto l'avvocato Terzi (vecchio legale dell'aristocrazia milanese) chiamatisi vicini i colleghi, disse loro con comica gravità, indicando i ritratti:
—Sono i nobili antenati di Don Pompeo di Panigale, comprati a ribasso dal Baslini e dall'Arrigoni!
—Sì?... davvero!...—esclamò ringalluzzito il piccino, che poco prima era rimasto mortificato vedendo lo sfarzo del palazzo Barbarò,—davvero?...
Era costui un giovane rampollo di una ricca famiglia della provincia, stabilitasi da poco a Milano, e l'avevano messo nella Congregazione di Carità, perchè non aveva niente altro da fare.
—Davvero?... già ne ho sentito dire delle belle sul conto del Panigale!...—E rideva, rideva sommessamente, fiutando la maldicenza, col nasetto petulante.