—Avete letto il Moderatore?—domandò in fine per la terza volta il Serbellini, rivolgendosi a Peppino Casiraghi che gli accennò col capo di sì.
L'avvocato Gian Paolo era uno dei frequentatori più assidui della Colonna di fuoco. Da molti anni egli era dominato da un desiderio innocente, e sempre insoddisfatto: voleva entrare nel Consiglio comunale. Ma per essere eletto dimostrava troppa smania, e gli elettori lo mettevano in ridicolo, eleggendo poi sempre qualcun altro in vece sua, e che magari valeva anche meno. Una simile ingiustizia aveva reso l'avvocato Gian Paolo malcontento di tutto e di tutti; astioso, maldicente, pettegolo; avversario sistematico e accanito di ogni candidato amministrativo e politico. Per farsi mettere in lista era passato dalla Destra, che accusava di servilismo, alla Sinistra, che accusò poi di partigianeria, terminando, in seguito a tali voltafaccia, col rovinarsi moralmente perdendo il credito, e finanziariamente, perdendo anche i clienti.
—Spero bene—ricominciò a gridare voltandosi di nuovo verso il Cammaroto—che gli risponderai per le rime!
L'altro continuava a scrivere, riempiendo le cartelle, come una macchina.
—È una sfacciataggine, un'impudenza inaudita!... Vorrei scriverlo io, un articolo tale, da levar la pelle al Barbarò! E sarei capace di firmarlo col mio nome e cognome!
La signora Apollonia alzò le spalle infastidita da una tale proposta, facendo segno col capo di non disturbare il direttore.
Ma Gian Paolo era troppo fuori di sè per calmarsi, e battendo forte sul tavolino col grosso fascio di carte, che portava sempre in giro per far credere di aver molte cause da trattare, esclamò con voce ancora più concitata:
—Per Dio, bisogna dare una lezione, ma in piena regola!... Devi dire che è l'usura, il furto patentato che invadono il Parlamento!... Scrivi, scrivi, Salvatore, ti detterò io: scrivi che nel corpo elettorale c'è del putrido... più che in Danimarca.
A questo punto il Cammaroto si alzò di scatto; prese in mano i due ultimi foglietti che aveva appena finito di scrivere, e guardando la signora Apollonia dette in una sghignazzata.
Salvatore Cammaroto rideva sempre a quel modo prima di leggere la roba sua; pareva un cavallo che nitrisca mettendosi in ardenza.