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IV.

Salvatore Cammaroto presentò e raccomandò agli elettori la candidatura Alamanni con un inno biblicamente immaginoso di ammirazione e di amore. Prima d'incominciarne la lettura avea detto rivolgendosi alla moglie:—Questa volta, cara Polonnì, abbiamo intinta la penna nel core!—E non rideva di compiacenza, ma dietro gli occhialetti ingrossavano le lacrime; era sudato, ansante, come se l'articolo lo avesse scritto correndo.

E in fatti quella lunga vita intemerata di cospiratore e di soldato era narrata efficacemente coi più smaglianti colori. Il Cammaroto lodava il carattere di Francesco Alamanni, "più limpido e terso della gemma di Sabaoth;" ne levava a cielo "le virtù della mente e del cuore, la illibatezza dei costumi, la salda fierezza dell'animo, e l'eroismo provato in cento battaglie... mentre dal suo occhio ceruleo, che ricordava quello del Messia novissimo dei due mondi, spirava una dolcezza serena, un senso di bontà femminilmente gentile." Insomma, in Francesco Alamanni "c'era il cuore di Leonida nel petto di Arnaldo; la soave amorevolezza di Tobia congiunta alla severa fortezza, allo spirito indomito di Savonarola." E in tutto l'articolo non accennava menomamente nè al Barbarò, nè al Moderatore. Soltanto nella stretta finale ammoniva i "banchettanti della politica, i profanatori e i trafficanti dei sacri ideali della patria, che il nome di Francesco Alamanni doveva risonare terribile come la voce profetica di Daniele; come il Mane-Techel-Phares, precursore miracoloso della vendetta di Jehova."

Ma gli entusiasmi del Cammaroto e i raffronti poetici e le minacce non facevano molta impressione sopra i lettori positivi, cui stava particolarmente a cuore il buon ordinamento della cosa pubblica. Essi, invece, si lasciavano convincere assai più volontieri dalle ragioni pratiche dello Zodenigo, il quale scalzava destramente Francesco Alamanni, pur riconoscendone i meriti patriottici, per non andare contro il sentimento pubblico; e che senza stare a ritessere le lodi già prodigate al Barbarò, si ristringeva a mostrare la convenienza che avevano i moderati di sostenerlo, così per l'utile del collegio come per l'onore del partito.

"Dobbiamo imitare gli Inglesi" diceva il Moderatore, "gli Inglesi il cui esempio ci era spesso additato dal Conte di Cavour. Nel forte congegno del parlamentarismo britannico non solo ogni sentimento di antipatia, oppure di amicizia, ma persino ogni ragione di aspirazioni e di giudizi individuali rimane vinta dalla ferrea disciplina del partito.

"A Panigale il Barbarò ha incontrato subito molto favore.... Arrischiando ora un altro nome alla sorte cieca delle urne, parecchi elettori voterebbero ugualmente per l'egregio e noto gentiluomo che gode le aderenze e presenta i reali vantaggi di un candidato locale.... Quindi lo scandalo di una lotta intestina.... Quindi, e per naturale conseguenza, il trionfo quasi certo del candidato avversario, il quale, mantenendosi i nostri concordi e compatti, non avrebbe alcuna speranza di buon successo.

"Infatti i sinistri, i rossi di tutte le gradazioni, dal rancio tenue al sangue di drago, su chi mai hanno rivolto i loro suffragi?... Quale il nome che gli avversari nostri, i più accaniti, e perciò i meno prudenti, portano già sugli scudi, framezzo al baccano del loro entusiasmo strampalato e assordante come il zun-zun che precede le processioni dei preti... e dei frati?

"È un nome certamente illustre. Un nome caro a tutti gli Italiani e che noi appunto per un sentimento di rispetto e d'amore non vogliamo ancora compromettere.... fino a che la candidatura offerta non venga formalmente accettata.