I giornali e le associazioni moderate avevano risolto dopo la proclamazione della candidatura formidabile dell'Alamanni, fatta dagli avversari, a non mettere ostacolo ed anzi a facilitare la riuscita del Barbarò, perchè questi era, se non altro, un uomo d'ordine, un voto sicuro per il Ministero. Ma se lo subivano come una necessità del momento, non ne erano fanatici, e a difenderlo, ad esaltarlo, lasciavano volentieri che si mettesse in prima linea il giornale dello Zodenigo. Dall'altra parte, invece, i giornali democratici amici dell'Alamanni, si erano messi di malavoglia, fiaccamente a sostenere la lotta perchè "la candidatura Alamanni, scelta bene, era stata posta male." Essi erano un poco piccati perchè Francesco Alamanni, essendo stato compagno d'armi del padre Salvatore, aveva mandato il suo telegramma di accettazione, proprio alla Colonna di fuoco. Nè valse a rabbonirli del tutto, nè a far loro perdonare quell'infrazione alle regole gerarchiche la lettera che l'Alamanni stesso avea scritta insieme col telegramma, mandandola direttamente al Comitato elettorale democratico; nella qual lettera poi, più assai diffusamente che non avesse potuto fare in un dispaccio, spiegava il concetto della propria accettazione e i propri intendimenti politici.
Per Francesco Alamanni, tuttavia, c'era questo svantaggio di fronte al Barbarò, che l'azione del Cammaroto rimaneva circoscritta alla Colonna di fuoco. Fuori del giornale, e dove il giornale non era diffuso (come appunto a Panigale), la sua influenza era nulla o presso che nulla. Nè il Cammaroto aveva l'arte, e nè manco le furberie più elementari dei bravi agenti elettorali; ma, quasi quasi, faceva più danno che altro al proprio candidato quando predicava, infuriandosi contro "la fiaccona generale;" anzi, una sera, ebbe la poca accortezza di dichiarare, in piena assemblea, "che se i giovani crociati non si mettevano con più ardore nella guerra santa," Francesco Alamanni avrebbe corso pericolo di rimanere soccombente. Invece il professore Eugenio Zodenigo, sempre serio, sempre composto, dimostrando sempre una sicurezza olimpica, mentre sorrideva di compatimento "per quel povero Alamanni, esposto dai troppo caldi ammiratori ad un fiasco inevitabile," arrivava da per tutto colle sue cento braccia, da Milano a Panigale. Il Carpani, che aveva paura dei radicali, come il diavolo dell'acqua santa, lo coadiuvava nella polemica col fervore dei forti convincimenti; e a Panigale lavorava a fil doppio Beppe Micotti il quale, subito scontata la pena, vi era stato mandato dal padrino. Colà aveva pure un aiutante validissimo in Don Rosario, che in quei giorni sgambettava di continuo per la cura, promettendo un buon raccolto di qua e il paradiso di là agli elettori del signor Cavaliere, e minacciando la grandine e l'inferno a chi avesse dato il voto per quello scomunicato framassone dell'Alamanni.
E Beppe Micotti e Don Rosario scrivevano e conferivano di continuo collo Zodenigo, il quale pure si recava spesse volte a visitare il collegio, intrattenendosi coi pezzi grossi d'ogni Comune, promettendo mari e monti a nome del Barbarò, e spaventando tutti colla "questione grave del proletariato." Prediceva colla faccia scura, che una volta la Sinistra al potere, lo sciopero, l'agitazione dei contadini si sarebbe fatta generale, e la campagna si sarebbe sollevata "armata mano" contro la possidenza.
—La marea monta: le maaea monta! Bisogna riunire tutte le forze; vincere, occorrendo, le proprie ripugnanze, le poopie antipatie e mandare alla Camera degli uomini d'ordine per consolidare la Destra.... Ecco l'unica via se non per scongiurare, almeno per allontanare il peiicolo!
Lo Zodenigo, sempre con l'aiuto di Beppe Micotti e di Don Rosario, si era pure messo con grande impegno per costituire un comitato che proclamasse e sostenesse la candidatura Barbarò, e ci era riuscito pienamente. Il comitato fu detto Degli agricoltori liberali moderati; pubblicò un manifesto agli elettori del collegio di Panigale, sottoscritto da una ventina di nomi abbastanza rispettabili, che raccomandavano l'elezione del cavaliere Barbarò, "uomo d'ordine, devoto alla patria, alle istituzioni, e il cui ricco patrimonio era una garanzia d'indipendenza,—esperto amministratore,—lavoratore indefesso,—filantropo illuminato,—conoscitore dei reali bisogni del collegio,—amantissimo del pubblico bene e del progresso cauto e ragionevole."
Da tutto ciò, com'era facile capire, la cosa si metteva abbastanza bene per il Barbarò.... Ma questi, invece di rallegrarsene, o almeno di mettersi un po' l'animo in pace, diventava ogni giorno più nero, e ogni giorno, come assicurava l'avvocato Gian Paolo, gli cresceva la tremarella. Non mangiava più, non dormiva più, non si lasciava più vedere. Rimaneva chiuso in casa, dalla mattina alla sera, imbronciato, rabbioso, borbottando improperi e maledizioni contro lo Zodenigo, "quell'assassino da strada, che lo aveva uccellato per derubarlo." Ma poi, ad ogni articolo che gli scriveva contro il Cammaroto, si mostrava col professore quasi ossequioso, e sempre tutto sorrisi, premure e complimenti.
—Cooaggio!... Cooaggio!...—gli diceva più volte lo Zodenigo, battendogli sopra una spalla, con un sorriso tra il benevolo e il canzonatorio, ma in cui spirava un'aria di superiorità protettrice.—Cooaggio!... Saete onooevole... Ve lo poometto!—e abbassava le palpebre tornando a sorridere, in quel suo modo particolare.
—Ah!... caro professore.... in quanto a me... lo sapete pure,—balbettava il Barbarò, interrogandolo cogli occhiettini spaventati,—in quanto a me... non desidero altro che... che la burrasca sia passata!... E vi domando soltanto di non irritarlo troppo, di non scatenarmelo contro, quel mattoide fegatoso... Lasciatelo dire... lasciate che si sfoghi... Così la finirà più presto!
—Non dubitate.... sono un gentiluomo e farò sempre una polemica da gentiluomo... coi guanti.