—Sono così diversi. Il mio Giulio è buono.... Schietto, leale, onesto.... Non ti ricordi a Villagardiana?...
A Villagardiana!... Angelica non rispose.... Tornò a distrarsi, e non pensò più a Giulietto Barbarò. La sua mente corse invece al bel lago azzurro... alla Casina delle Romilie... e le due giovani signore tacquero, e si riscossero tutte due con un sussulto quando il brum si fermò dinanzi all'albergo.
La Mary, durante tutta la corsa, avea pensato a Giulio vicino.... Angelica, al Martinengo lontano. Andrea, forse un po' anche per merito del Ministro della Guerra che lo teneva sempre di guarnigione nell'Italia Meridionale, aveva mantenuta la sua promessa: non si era più fatto vedere da Angelica: ma Angelica, in ricambio, aveva pure mantenuta la sua, scrivendogli tutti i giorni.
Il capitano Ippolito Redaelli e il dottor Carlo Franchi si presentarono la mattina seguente, un po' prima delle dieci, come avevano promesso a Giulio Barbarò, all'ufficio della Colonna di fuoco; si avvicinarono al tavolino di Peppino Casiraghi, ch'era accanto all'uscio, e domandarono di parlare col signor Salvatore Cammaroto.
Peppino guardò i due, spalancando gli occhi, poi, senza aprir bocca, allungò la cannuccia della penna da scrivere, indicando il tavolino di faccia.
—Salvatore Cammaroto, sono io!—esclamò il direttore ficcandosi le lenti sul naso e alzando il capo, coi capelli e la barba arruffati più del solito.
I due amici si avvicinarono, e fecero prima un grande inchino.
—In che vi posso servire?—domandò il Cammaroto sdraiandosi sulla seggiola, e guardando i due bene in faccia.
In quel punto la granata, ch'era stata buttata in un angolo in tutta fretta dalla signora Apollonia, appena aveva sentito che capitava gente in direzione, strisciò e cadde, battendo forte col manico sul pavimento.