—Oh, Polonnì, questa gentaccia mi farà perdere la testa!...—esclamava scorato il Cammaroto che vedeva avvicinarsi le quattro e ancora non avea trovato i padrini da mandare al Caffè Cova.

—Figli di 'ani!—rispondeva sempre la signora Apollonia colla voce rauca e tutta rossa in viso. Era stanca, aveva sete, aveva caldo, quantunque fosse di dicembre; e mentre schiattava di rabbia contro quegli altri, guardava di tanto in tanto il direttore che, abbattuto, piegava il collo sempre di più; lo guardava con un'espressione di tenerezza, di mestizia, d'inquietudine e non aveva più testa nemmeno per aggiustarsi il cappello che ormai le stava tutto di sbieco.

—Se fossi in te, manderei Peppino da que' du' così e farei dir loro che noi non si vuole imposizioni. Poi sulla Colonna vorrei dire le mie ragioni all'avvocato, al Nannarelli... e a tutti quanti!

Ma dei due consigli della moglie il Cammaroto non accettò altro che il secondo. Lasciata l'Apollonia, che non aveva più animo d'insistere per accompagnarlo ancora, all'ufficio della Colonna, prese un brum, si fece condurre alla Società dei reduci, dove gli fu indicata l'abitazione del presidente, vi si recò difilato, e col mezzo suo ebbe i due padrini che gli abbisognavano e che prima delle cinque entravano al Caffè Cova. Poi, accomodata questa faccenda, scrisse la sfuriata, come gli aveva suggerito la signora Apollonia, contro l'avvocato Gian Paolo Serbellini, contro il Nannarelli e compagnia, chiamandoli leoni-conigli, e sfogò tutto il malumore, tutto il dispetto e l'ira sua, narrando per filo e per segno la faticosa via crucis compiuta inutilmente dall'uno all'altro, e l'abbandono in cui era stato lasciato per egoismo, per bassezza, per viltà. E dichiarava che voleva rompere tutti i vetri dell'ufficio "per ritemprare colle aure ossigenate l'ambiente saturo dei loro pestiferi miasmi." "A me solo" prorompeva il Cammaroto nel punto massimo del suo furore "a me solo il disonor del Golgota" e mandava gli apostoli "sfibrati e simoniaci" dove "stava di casa la bramosìa plebea camuffata di gentilomeria accattona; l'astuzia e la vigliaccheria mascherate di prudenza," dove "per forma e per misura si spacciava l'ipocrisia e il gesuitismo."

Ma in questa sua ira il Cammaroto avea fatto un passo falso, e lo Zodenigo se ne approfittò subito, traendo occasione dall'abbandono in cui era stata lasciata la Colonna di fuoco per mostrare come l'opinione pubblica fosse disgustata dall'intemperanze della polemica Cammarotiana.

Era il primo caso in cui il Moderatore si degnava rivolgere la parola direttamente al giornale dell'ex-frate catanese; ma lo faceva coll'aria schifiltosa d'una damina che fa una smorfia e si restringe tutta in sè stessa, mentre sta per lasciar cadere un soldo nel sudicio cappello di un mendicante. Compiangeva più che altro il Cammaroto "che riusciva a lordare, ma non a ferire," e faceva intendere, fra le eleganze dello stile compassato, che era forse ancora più matto che non canaglia, "un soggetto più da processo clinico che da processo penale." E dichiarava pure che il Moderatore "da cortese gentiluomo" sarebbe stato ben lieto d'offrire al Serbellini, al Nannarelli e ai loro egregi amici quella ospitalità che "l'iracondo apostolo... della bugia" voleva infligger loro come una punizione.

"Del resto, Milano aveva giudicato. Milano, che a buon diritto poteva vantarsi come la capitale morale e intellettuale d'Italia; Milano la seria, la forte, l'operosa, l'onesta; Milano aveva già irremissibilmente ripudiata una stampa senza freno e senza pudore; che non aveva nulla di inviolabile, nemmeno le pareti domestiche, nemmeno i più gelosi segreti della vita privata; che non rispettava nulla, nè amici nè avversari, e contro la quale il buon ambrosiano, sulle cui labbra scoppiettava sempre viva la satira di Carlo Porta, aveva inflitto il marchio di un soprannome che avrebbe vissuto più del nome vero, e che sarebbe stata l'unica memoria superstite di quella lotta infelice, di quella polemica sciagurata:

La Colonna... di feccia."

Infine, come se il Cammaroto ormai fosse proprio morto e sotterrato, e di Francesco Alamanni non fosse più nemmeno il caso di discorrerne, annunciava solennemente che "il giovedì di quella stessa settimana (le elezioni erano indette per la domenica) alle ore 11 antimeridiane precise il cavalier Pompeo Barbarò, invitato dal Comitato elettorale degli agricoltori liberali-moderati," avrebbe tenuto una conferenza nella sala del Teatro Sociale di Panigale, per intendersi cogli elettori e manifestar loro le proprie idee intorno alla politica del Governo e alle riforme amministrative.