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VI.

Quando lo Zodenigo comunicò il proprio disegno circa un discorso politico da tenersi a Panigale, al cavalier Barbarò, questi in sulle prime mandò il professore a tutti i diavoli, e dichiarò che non gli avrebbero aperta la bocca nemmeno coi ferri.

—Siete matto, professore, proprio matto da legare; più matto ancora di quel frataccio infame!...

E a Beppe Micotti, chiamato apposta a Milano dallo Zodenigo per ricevere ordini in proposito, e che gli prometteva una gran dimostrazione, intimò di smettere le pagliacciate, dicendogli mille villanìe.

Ma Beppe Micotti non si lasciava sbigottire, e il professore non si dava per vinto:

—Vogliamo farvi tiionfaae a vostro dispetto—mormorava socchiudendo gli occhi e facendo sempre più l'addormentato.

E senz'altro, quando gli parve fosse il momento opportuno, annunziò il discorso sul Moderatore, e fece affiggere per tutto il collegio avvisi e manifesti, col giorno e l'ora della riunione, tanto che il povero Barbarò dovette ancora piegare il capo e mettersi ore e ore per imparare a mente tutto il discorso che dallo Zodenigo medesimo gli era stato preparato.

"No no; un'altra volta non mi ci piglia di sicuro, quel ladro d'un Dulcamara!" brontolava interrompendosi arrabbiato, mentre passeggiava in lungo e in largo per lo studio, coi foglietti in mano. "Non mi ci piglia più, campassi mill'anni!" Poi si fermava su due piedi e cominciava a declamare, accompagnando la parola con gesti analoghi:

"Onorevoli signori!... Concittadini carissimi!