"Non ho preparato un discorso.... Aborro il frastuono della retorica, la vacuità delle frasi fatte, le viete ripetizioni dei soliti luoghi comuni!... Aborro tutto ciò che è voce e non pensiero—suono e non idea—perchè.... (A questo punto sul manoscritto c'era una nota che diceva: pausa—quindi proseguire rivolgendosi verso l'uditorio con amabile ironia; e il Barbarò storceva la bocca per provarsi a sorridere, e poi continuava dopo una battuta di aspetto)... perchè non sono... oratore!... Ma che volete, signori miei?... Io mi vanto di rappresentare il lavoro, se non l'intelligenza, e all'eloquenza delle parole ho sempre preferito... (nuova pausa—più forte)... ho sempre preferito—gridava Pompeo battendo col pugno nell'aria—ho sempre preferito l'eloquenza dei fatti!..."

Ci saranno applausi—diceva una nuova avvertenza—ma bisogna tirar di lungo, senza ringraziare. E Pompeo continuava: "Pure, trovandomi in mezzo a voi, da voi cortesemente invitato, commosso nel profondo del cuore per tante e così immeritate e inaspettate attestazioni di affetto e di stima, qui dirò brevemente, ma francamente, in camera caritatevolis....—No, bestia, charitatis, charitatis, charitatis!—ripeteva, pestando i piedi, il povero Barbarò, che, arrivato al latino, perdeva la staffa, bestemmiava e sbuffava, finchè, sospirando, tornava un poco a calmarsi, a far di nuovo boccacce per imparare a sorridere amabilmente, a distendere le braccia per salutare gli elettori, e ricominciava daccapo a declamare:

"Onorevoli signori!... Cittadini carissimi!..."

Tuttavia, ad onta di tante pene, e di tante inquietudini, quando Pompeo Barbarò fu giunto al momento difficile, all'ora del gran discorso, non ebbe più tanta paura, tanto orgasmo ed anzi scorgendo, sotto l'atrio del Teatro di Panigale, Beppe Micotti e Don Rosario fra mezzo a tutti i suoi affittaiuoli, i suoi coloni, i suoi lavoranti che lo guardavano impauriti e timorosi, non solo si rincorò pienamente, ma ci trovò gusto, e si sentì commosso per quella imponente dimostrazione di simpatia.

Cooaggio... e avanti sempee!—gli disse piano lo Zodenigo che gli si era messo vicino, mentre il Presidente del comitato si disponeva, come vuol l'uso, a presentare il candidato, dall'alto del palco scenico, all'assemblea.

Ma il Barbarò gli mostrò la propria sicurezza con un'alzata di spalle, e appena si ristabilì il silenzio, dopo gli applausi che accolsero il suo nome, silenzio imposto cogli zittii formidabili di Beppe Micotti e dei fattori, il Barbarò cominciò a parlare con franchezza e proseguì spedito, non dimenticando una pausa, un'inflessione di voce, e senza mai inciampare, neppure nel latino.

Il trionfo fu completo. Se durante il discorso gli applausi, ai quali Beppe Micotti e Don Rosario davano sempre lo spunto, erano stati a stento repressi, alla fine proruppero in una vera ovazione, e il Barbarò sudante e lacrimante fra i membri del comitato che gli si accalcavano addosso per festeggiarlo, ubriacato dal buon successo, avrebbe voluto aggiungere qualche parola, quasi quasi sarebbe stato disposto a fare il bis.

"Che buona gente!..." e distribuiva commosso strette di mano, sorrisi, saluti, scappellate a tutti quanti.

Se non che, mentre il Barbarò accompagnato dallo Zodenigo, dai sindaci dei vari comuni del collegio, dal Presidente e dai membri del Comitato degli Agricoltori liberali-moderati, stava per uscire dal teatro, la scena mutò a un tratto. Dentro risonavano ancora gli applausi: fuori, la folla si mostrava ostile, e non mancò nemmeno qualche fischio all'indirizzo del cavaliere. Pompeo impallidì, e si strinse al braccio del sindaco di Panigale.

—Ohi!... ohi!... Che c'è di nuovo?... Dove sono i carabinieri?...