"Caro Cammaroto.—Dite pure agli Italiani che l'attuale candidato proposto dagli avversari di Francesco Alamanni è quel medesimo Pompeo Barbetta che nel 1849 ha fatto la spia a Giulio Alamanni e a me.—Nicola Mazza."
Tuttavia avendo i carabinieri eseguito con precisione e in breve tempo gli ordini ricevuti:—di strappare tutti gli avvisi nel collegio, e ammonire con severe paternali i soggetti più pericolosi—la quiete fu tosto ristabilita, ed anzi i convitati si trovarono abbastanza ben disposti per il pranzo, e dopo la zuppa le conversazioni, rallegrate dai suoni della Banda Civica, cominciarono ad animarsi, il buon umore a farsi generale.
Ma nè la musica, nè il frastuono, nè i fumi del banchetto riuscivano a scuotere, a riconfortare Pompeo Barbarò. Pallido, stralunato, masticava i bocconi senza poterli inghiottire, tanto si sentiva il petto grosso, e la gola secca. Voleva mostrarsi disinvolto, ed era confuso, impacciato; voleva sforzarsi di sorridere amabilmente, e faceva smorfie come se avesse avuto il mal di denti. Voleva parlare, ma non trovava le parole. Gli pareva che il favore, che avea prima dimostrato per lui tutto quel mondo sussurrone, si fosse raffreddato; e per darsi animo cercava spesso con gli occhi lo Zodenigo, che soffiava e faceva la ruota, seduto in mezzo alla tavola fra il sindaco e il Presidente del Comitato elettorale. Il professore mangiava assai, ma con un appetito composto e silenzioso, sempre eguale per tutto il pranzo. Parlava pochissimo, e sorrideva con benigno compatimento ai lazzi di Don Rosario, tutto rosso e rilucente, nel faccione tondo.
Nessuno avea mai osato il benchè minimo accenno alle scenate successe fuori del Teatro, nè alla birbonata da processo del padre Cammaroto. Solamente quando fu l'ora dei brindisi, il solito Presidente del comitato (anche costui era un grosso fittaiuolo del Barbarò) si alzò pel primo, e col viso smorto dalla soggezione, e la cravattina che gli scappava dal colletto, tuonò, con voce fessa e un tantino tremante, "contro le male arti dei sovvertitori dell'ordine pubblico le quali... le quali... non avrebbero fatto altro, del resto, che rendere più imponente la spontanea manifestazione della coscienza popolare!"
Ma appena finito il brindisi, mentre gli applausi scoppiavano più fragorosi, e il Barbarò colla bocca sorrideva ringraziando e col cuore mandava all'inferno tutti quegli ubriaconi imprudenti che avrebbero potuto provocare qualche rumore dalla strada... e qualche sassata, entrò in sala Beppe Micotti, si avvicinò, non osservato, per la gran confusione del momento, allo Zodenigo, e gli bisbigliò in fretta alcune parole all'orecchio.
Lo Zodenigo fece un atto vivissimo, per quanto rapido, e guardò involontariamente il Barbarò. Ma questi, tutto intento a sentire un altro brindisi, non vide il professore che, detta una parola di scusa a' suoi vicini di tavola, uscì subito dietro al Micotti.
—Dov'è?... Dov'è?...—domandò affannato a Beppe quando furono sulla scala, guardandosi attorno come per cercare qualcuno.
—È qui... aspetta nella corte!...—rispose il Micotti scendendo in fretta dinanzi allo Zodenigo.