Il professore Eugenio s'inchinò una seconda volta, esprimendo con una mimica composta, ma efficace, i suoi voti e le sue congratulazioni.
A vederlo di fuori, non tradiva la muta e rigida impassibilità inglese, ma internamente gongolava, e un tremito quasi impercettibile delle labbra sottili avrebbe svelato, ad un osservatore attento, lo sforzo fatto per reprimere la contentezza.
—Dica a Francesco Alamanni,—esclamò poi rivolgendosi alla marchesa con solenne pacatezza e tenendo abbassate più a lungo le palpebre, come volesse concentrare in sè tutta la mente per trovar la forma più adatta al suo pensiero,—dica a Francesco Alamanni che i suoi avveesaai (nemici un Alamanni non ne può avere), sono costretti ad ammiiaae sempee più, da leali gentiluomini, la rettitudine del suo spiito, l'elevatezza de' suoi sentimenti e la bontà squisita del suo cuoee.
Ciò detto prese la manina della Mary, la strinse forte, con una smorfia, e se ne andò inchinandosi, senza aggiungere altro per non commettere la debolezza d'intenerirsi.
Andò prima, sollecitamente, all'ufficio del Moderatore, poi nientemeno che in via della Spiga... da donna Lucrezia!
Il professore, in quei pochi istanti, avea già pensato e fissato bene in mente il proprio disegno.
All'ufficio per prima cosa gli toccò una sorpresa poco gradevole: trovò il Carpani che lo aspettava per dare le sue dimissioni. Era un'altra conseguenza, certo affatto impreveduta per lo Zodenigo, del famoso dispaccio di Nicola Mazza.
—Sostenere l'Alamanni,—gli aveva dichiarato il Carpani per spiegare la propria condotta,—sarebbe in contradizione co' miei principii; ma difendere il Barbarò ripugna troppo, ora, alla mia coscienza. Tacere equivarrebbe ad una diserzione... però preferisco ritirarmi dal giornalismo. Non ci vedo più chiaro!...
—E allora mettetevi gli occhiali!—aveva risposto lo Zodenigo, alzando le spalle stizzito.—Baloodo! Baloodo! I giornalisti non devono avere altra mira che il trionfo del paatito: non sapete che, in politica, il fine giustifica i mezzi?...
Il Carpani crollò il capo e non rispose. Prese fra i giornali vecchi di cambio un numero della Perseveranza, lo distese sul proprio tavolo, vi ammucchiò insieme un piccolo vocabolario francese-inglese, unto e scucito; un calamaio tascabile che usava quando assisteva a qualche adunanza; una giacchetta logora di orleans, che metteva sempre in ufficio; un mezzo pettine d'osso; l'Iliade di Omero; i guanti neri, pei funerali di parata; una lettera di Quintino Sella; un biglietto di visita di Marco Minghetti; il verbale di un duello; un pane ed una fetta di carne fredda, avanzi della colazione: involse il tutto nella Perseveranza (era il suo intero bagaglio giornalistico: le glorie raccolte, e i tesori guadagnati nella lunga carriera), si cacciò il pacco sotto il braccio, e uscì dall'ufficio del Moderatore più lacero e dimesso che non vi fosse entrato... con una ruga di più sulla fronte, e molte illusioni di meno nel cuore.