La piazza a poco a poco si era accalcata, stipata di gente: pareva che da un momento all'altro dovesse scoppiare la rivoluzione, e al Municipio erano in grande apprensione perchè i rinforzi domandati tardavano ad arrivare.
Era solo il Barbarò a non saperne nulla del pericolo che correva. Il sindaco di Panigale e il presidente del Comitato degli agricoltori, non facevano altro che congratularsi con lui per il trionfo ormai assicurato. Beppe Micotti e Don Rosario gli contavano i voti accaparrati: lo Zodenigo gli aveva scritto da Milano una lettera rassicurante in cui narrandogli per filo e per segno quanto era successo, concludeva pronosticando che quella mattìa del buon ragazzo, invece di rovinare ogni cosa, come si temeva sul principio, era in procinto di accomodare tutte le faccende.
"Furba l'innocentina!..." pensava fra sè il Barbarò. "Non si è lasciata, scappar l'occasione propizia per riagguantare il marito.... e i miei milioni!... D'altra parte è una ragazza che ha sempre avuto buon senso, e ci vuol poco a capire come l'è stata gonfiata tutta questa storiella del dispaccio. Io non ho mai fatto la spia, e lo posso giurare sul capo del mio unico figliuolo. Calunniatori, mentitori infami!... eccola la verità: sono stato costretto a parlare sotto la minaccia della forca immediata. Volevano impiccar me, e con me anche la mia povera moglie!... Altro che far la spia, buffoni!..." Poi, un altro pensiero lo calmò, e lo fece sogghignare: quello della marchesa.
—Ah, ah, la superba, la schifiltosa, non ha sdegnato questa volta di mettere i piedi in casa mia!... Che il capitano l'avesse piantata?.. Che le cambialette del marchese coll'avallo suo che ci sono alla Banca degli interessi lombardi abbiano finito per persuaderla a mettere giudizio, e approfitti anch'essa della buona occasione per far la pace col signor Pompeo?...
Gli occhietti loschi scintillarono: sulle guance verdognole gli corse una vampa rossa di fuoco, e strappandosi coi denti guasti e aguzzi i peli delle labbra, che si facevano sempre più grossi e più radi, mormorò:
"Voglio averti ancora!... Voglio almeno vendicarmi!... Dovessi buttare anche un monte di quattrini dalla finestra!..."
Ma poi, alla mattina della domenica, mentre contento e tranquillo, ascoltava in chiesa la messa cantata, le mille miglia lontano da ciò che l'aspettava, udì i primi fischi e le grida di morte al suo indirizzo. Allora in un sussulto di paura dimenticò nuovamente la marchesa Angelica, la sua elezione e tutto il resto, per non pensare più ad altro che a mettersi al sicuro, maledicendo al solito la propria imprudenza e la perfidia del professore.
—Dio, Dio, mi vogliono ammazzare!... Aiuto! aiuto! un povero padre di famiglia!... Sono innocente!... sono innocente!...
E non aveva tutti i torti di essere così spaventato, perchè l'esaltazione della folla era giunta al colmo; gli si voleva far la festa per davvero.
Beppe Micotti, Don Rosario, che non ufficiava, e lo scaccino lo nascosero subito in sacristia, e poi dalla sacristia, per una porticina che metteva sopra un vicolo senza uscita, lo fecero scappare in canonica, e lo chiusero a chiave nella camera dell'arciprete. Ma durante la fuga, per quanto precipitosa, il Barbarò avea potuto vedere affissi ai muri delle case e della chiesa, tanto da coprirli per un gran tratto, cartelloni e manifesti con su stampato a grossi caratteri: