Oh l'orefice del Gobbo d'oro!... L'orefice del Gobbo d'oro era più felice di lui!... Almeno era sicuro in mezzo alle guardie, e non correva il pericolo di essere fatto a pezzi da una folla briaca di vendetta.
Si buttò allora in ginocchio, colla faccia per terra, balbettando:—"Perdono, perdono!... La vita!... Non domando altro che la vita!... Farò penitenza di tutto!... Farò dir tante messe!... E continuò così per un pezzo a tremare e a pregare."
Ma a poco a poco, in quel frattempo, gli urli e i fischi erano cessati. Pompeo rialzò la testa, si guardò attorno.... si mosse adagio, cominciando a respirare... quando udì a un tratto un frastuono di voci e di passi che saliva per le scale.... che si fermava sull'uscio della sua camera.... Tese l'orecchio: udì girare la chiave nella toppa....
—Oh Dio!... Vengono ad ammazzarmi!—e tremando più di prima, si rizzò in piedi di scatto, cogli occhi sbarrati, coi capelli irti, colla fronte grondante di sudore.
La porta si spalancò subito, e un gran mucchio di persone entrò precipitosamente nella camera. C'erano fra gli altri Don Rosario e Beppe Micotti, insieme col sindaco di Panigale e col presidente del comitato, che rimasero lì per lì un po' sconcertati vedendo la faccia livida del cavalier Barbarò.
—Che volete? Che cosa mi volete fare?... Lasciatemi in pace!—balbettava Pompeo con voce fioca, e col petto ansante.
—Niente paura!—ghignò Beppe Micotti fissando il padrino con aria beffarda.—Veniamo a portarle i voti: la somma è giusta e il conto torna!
—Vittoria! signor cavaliere!—strillò Don Rosario.
—Vittoria!... Vittoria!...—gridarono tutti gli altri levando in alto i cappelli.
—Tacete, fate piano, per amor di Dio!...—balbettò Pompeo tentando di chiudere la bocca a Don Rosario.—E... l'Alamanni?...