Giulio aspettava la Mary tutte le mattine nascosto fra i boschetti di pino, un poco al di là del piccolo ponte del Rio, che metteva ad un sentieruolo stretto e ombroso fiancheggiante il torrente, all'estremo confine della brughiera. Prima di pranzo egli la incontrava ancora allo stesso luogo; si vedevano di giorno e si vedevano di sera al Villino delle Grazie. Insomma furono quelli giorni proprio beati pei due giovani sposi. Era tutta pace, era tutto sereno la vita, e se pur qualche nuvoletta compariva ancora in mezzo all'azzurro placido del cielo, era tosto dileguata dal loro bel sole splendente nella solitudine della campagna. Tutto il mondo, per essi, rimaneva circoscritto dal ponte del Rio al Villino delle Grazie, e chiudeva il loro orizzonte il verde scialbo e arsiccio della brughiera sterminata. Al di là c'era il nulla, il buio... non ricordavano più che cosa c'era. Giulio Barbarò aveva quasi perdonato a suo padre; lo aveva quasi dimenticato; e la Mary, alla sua volta, nell'egoismo del proprio amore, non pensava quasi più allo zio povero e lontano. D'altra parte le ore correvano tanto presto, e le giornate erano tanto brevi!... Bastavano appena appena per loro due! Che! bastavano? Non bastavano nemmeno! Non facevano mai a tempo a dirsi tutto quanto avevano in cuore.
Ogni volta guardavano l'orologio con un senso di terrore: era sempre molto più tardi di quanto credevano. Che brutta invenzione quella degli orologi! Col loro tic tac non lasciavano un minuto per respirare. La Mary, per ciò, si faceva aspettare tutti i giorni a colazione e a pranzo, e arrivava in sala rossa e affannata, calmandosi appena quando vedeva il sorriso indulgente di Angelica.
E così il giorno delle nozze si avvicinava a gran passi, quantunque i fidanzati, pareva, non avessero fretta. Sentivano forse nel loro cuore, che il momento più felice è appunto l'aspettativa della felicità?... Pare giunse l'ora in cui le carte erano in regola, e tutte le altre pratiche ultimate. Da Milano erano arrivate le licenze per sottoscrivere il contratto al Municipio di Gallarate, e per celebrare le nozze nella chiesetta del Villino. Allora, mostrandosi sempre irresoluti, lasciarono alla marchesa di fissar l'ora, ed essa indicò le sette del mattino per il contratto, e le otto per la cerimonia religiosa.
In quegli ultimi giorni che precedevano il suo matrimonio anche la Mary non si mostrava più tanto disinvolta. Era diventata timida anch'essa, come il suo Giulio. Non lo guardava più negli occhi coll'usata serenità; ma arrossiva subito, lo guardava appena alla sfuggita, e nello scambiarsi il mazzolino di fiori che si preparavano a vicenda nel recarsi ai convegni, tremavan loro le mani; nel salutarsi, tremava loro la voce. La Mary invece di correre come prima ilare, saltellando, ad attaccarsi al braccio dell'amico, gli camminava dinanzi per il piccolo sentiero, silenziosa e a capo basso.
A un certo punto della passeggiata, dov'era più cupa l'ombra dei pini e dove si fermavano sempre, si fermavano anche allora, ma la fanciulla invece di buttarsi a sedere per terra si voltava sorridendo, e Giulio notava con inquietudine che in quei giorni s'era fatta più pallida e più abbattuta.
—Sei stanca?... Non ti senti bene?
—No, sto bene. Guarda che ore sono: dev'essere tardi, e non voglio farmi aspettare.
—Sono le dieci.
—Son già le dieci?... Dio, Dio, com'è tardi! Giulio, nel ritornare le offriva il braccio, e la Mary vi si appoggiava leggera leggera, diventava di nuovo silenziosa mentre il suo petto si faceva anelante, e gli accadeva spesso d'inciampare.
In quel silenzio quieto della tarda ora del mattino si sentivano i loro cuori che battevano insieme.