—No, te ne prego, sta buono.
—Voglio vedere.
—Sta buono; domani.
—Voglio vedere.
—Guarda.—E Cammilla, alzatasi un poco la sottana, mostrò due piedi sformati nelle scarpacce sdruscite e sgangherate, ma coll'altro braccio si nascose gli occhi e pianse.
—È l'avarizia della mamma,—esclamò il cuginetto con galanteria.—Devi avere de' bei piedini. Fatti sentire dal babbo, e fatti fare degli stivaletti coi bottoni, alti così.—E le indicò come li portava la Fanny. Poi tornò a fissare, a guardare la Cammilla, con occhi esperti da conoscitore, immaginandola nell'amazzone attillata o colle spalle nude come la Fanny.
Se tutti quei capelli erano suoi… doveva essere uno splendore.
Cammilla si lasciava premere, accarezzare la mano. Guardava anche lei quegli occhi penetranti e sorridenti che la scrutavano in tutta la persona, poi chinava il capo turbata, intimidita, innamorata, e il piccolo seno palpitava sotto il grembiule di percallina, che dalle spalle e dal petto le scendeva fin quasi ai piedi, allacciandola stretta stretta alla vita.
Dagli occhi di Giacomo, a un tratto, venne quasi una chiamata, un invito: corse un lampo nel viso della fanciulla, poi ella ebbe un sussulto che parve un singhiozzo e fuggì.
—Cammilla! Cammilla!