—Supplemento straordinario!—borbottò con voce da ubbriaca.—La gran vittoria degli Italiani in Africa!

Giacomo scansò la donna e tirò dritto, giù per il Corso; ma poi a un tratto esclamò:

—In Africa! Saperlotte!

La sua risoluzione era presa.

La Cammilla, quella sera, non si era fatta vedere. Il signor Daniele era salito domandandole, di dietro l'uscio, perché non scendesse a pranzo, ed essa gli aveva risposto che era a letto coll'emicrania, che non aveva bisogno di nulla, che il giorno dopo sarebbe stata bene. E il giorno dopo, infatti, si alzò prestissimo; sapeva, presentiva che si sarebbe incontrata con Giacomino, e che quel loro colloquio sarebbe stato l'ultimo; il suo cuore non aveva più speranza. Quando nella sua cameretta si era riavuta e riaperti gli occhi si era trovata sola, per terra, aveva capito che l'abbandono di quel momento era l'abbandono di tutta la vita. Non pianse, non sospirò. Si alzò pallida, aggrottando le ciglia, e una prima ruga solcò la sua fronte candida e serena.

—Io sì però; io sempre. Lui solo, e nessun altro.

S'incontrarono nel fondaco e daccapo nell'ultimo stanzone.

Giacomo era là ad aspettarla: a lei nessuno glielo aveva detto, ma vi andò difilata.

—Sai—le disse subito Giacomino—oggi vado al Distretto per arruolarmi: sono già inteso con mio padre. Farò la domanda per entrare nel ventiquattresimo fanteria, a Torino; c'è un capitano che è mio amico.

La fanciulla lo guardava fisso, restando immobile e muta. Egli aveva altro a dirle, e lei voleva udir tutto.