—Dentro, e chiudete l'uscio.

Giacomo eseguì prontamente, e tornò a mettersi in posizione.

—Lì.—La signora Maddalena, ch'era seduta nella poltroncina, gl'indico il canapè.

Il giovanotto sedette, e sdraiandosi un poco, sorridendo, cacciò la daga fra le gambette lunghe e sottili.

—Ci deve essere un perché sotto questo nuovo capriccio dell'Africa. Che c'è? Sentiamo.

—No, mamma. Quello che ti ho detto è la verità. Laggiù c'è da menar le mani e da far fortuna.

—Bella fortuna! La fortuna che ci manda tutti quanti in malora—borbottò rabbiosamente, diventando pallida per la stizza, la signora Maddalena. Poi si calmò.—Non si fa un progetto simile… senza dir niente a nessuno, se non c'è il suo perché. Per tua regola, io ho la testa sulle spalle, e ho sempre un occhio aperto, anche quando dormo. Tu hai fatto perdere la testa alla Cammilla; poi, dopo, averla stregata, te ne sei seccato, e per cavartela pulitamente hai pensato di andare in Africa. Già, ventiquattr'ore, il capriccio del momento, il caffè del dopopranzo, e poi non ci si pensa più! Eppure, vedi, le donne, tutte, anche le peggiori valgono meglio, molto meglio di tutti voialtri. E quella ragazza lì, quella povera stupida… ha un tesoro qui e qui.—E così dicendo la signora Maddalena si era dato un pugno sul petto e un altro sulla fronte.

Giacomo guardava sua madre sbalordito.

—Quella povera stupida, che formerebbe la felicità e la fortuna di un galantuomo, ha tanta bontà, tanta pazienza e tanto cuore da poter convenire, meglio di ogni altra, anche a una testa matta come te. Il giudizio che non c'è da una parte, ci sarebbe dall'altra.

—Ma io, mamma, io ho preso la ferma; io devo partire; parto oggi stesso.—E Giacomino si alzò; pareva che volesse andarsene sul momento.