—No, non basta—rispose facendosi bianco come un cencio lavato e con voce bassa, occhi bassi, capo basso, quasi aspettando di essere fulminato, ma risoluto a tener fermo—no, non basta: in vent'anni ho accettato tutto, non ho mai rifiutato: ma adesso si tratta del mio sangue; c'è di mezzo il cuore.
Alla Maddalena scintillavano gli occhi e tremavano le labbra; e chissà in quali parole stava per prorompere: ma quel giorno faceva miracoli, e si frenò ancora.
—È anche per il suo bene—rispose dopo un momento.—Io posso giudicarne perché ci vedo da lontano. E in quanto al cuore—qui tornò ad alzare la voce—ho ereditato quello di mio padre, il che vuol dire che ne ho più di tutti. Ma cuore—e così dicendo si batteva forte sul petto resistente,—vero cuore, non sugo… di pomodoro!—Poi, calmandosi daccapo e fingendo di crederlo oramai convinto, par togliergli il coraggio di risponder altro, gli tornò a porgere la lettera.
—Va, va; porta questa lettera alla posta. Un giorno mi ringrazierai.
Il povero signor Daniele sudava freddo e gli tremavano i ginocchi.
—I miei figliuoli… io… io non domando altro. Ho sempre taciuto, non sono mai stato padrone di niente, ma i miei figliuoli… li voglio con me!
Ciò detto, chiuse gli occhi, si era al finimondo.
—Hai sempre taciuto? Che cosa avevi da dire?—domandò la signora Maddalena, più ancora maravigliata, quasi, che offesa.—Non hai mai domandato niente? Non sei mai stato padrone di niente? Ma… sei mio marito, sì o no?—E chi ti ha fatto padrone della casa, tal quale come me?
—No, non è vero! Non è vero! Io servo; sono un servo. Come prima! Come sempre! Padrone di niente! Padrone di niente! Ma dei miei figli, questo poi, sì, dei miei figli sono padrone anch'io, voglio essere padrone anch'io!
E per la prima volta in vita sua, trovata la via dello sfogo, il signor Daniele, balbettando e tremando, tirava innanzi senza finir più, ripetendo continuamente le stesse cose, le stesse parole.