—In fine, non ho mica ammazzato nessuno…—esclamò Giacomo, pensando essere venuto il momento di rimettersi in sella.
—Sicuro!—rispose l'altro.—Ma provati a dirlo a tua madre. Sai che… non si può parlare. Non si può fiatare. È un eccesso; peggio che sotto i croati. Peggio!… E se apri bocca, casca il mondo. «Imparate da me! Imparate da me!» Non c'è che lei. Maledette le perfezioni!…—Ma poi, accortosi di essersi lasciato trasportare, si fermò, cambiò tono:—Sempre, per altro, con giustizia… per il bene della casa… per il bene di tutti. E voi… Vergogna… Vergognatevi!… E, fatto il male, nessuna confidenza in vostro padre.
—Volevo dirti tutto. Ero venuto a casa, apposta, per dirti tutto.
—Non dovevate aspettare: oggi, proprio oggi, a parlare: dovevate parlare a suo tempo.
—A suo tempo? Quando?
Anche Giacomino lo aveva saputo appunto allora, in quel momento, dal
Facchinetti, e lo disse a suo padre.
—Io non credevo di dover pagare, e non dovrei pagare se il Richard non fosse una canaglia: lui ha preso i quattrini. Suo è il debito. Sua è la cambiale. Lui solo, il Richard, quel pezzo da galera…—ma Giacomino si fermò di colpo, spaventato dal viso di suo padre.
L'equivoco, in ogni modo, non avrebbe potuto durare più a lungo. Nessuno ancora, in casa, sapeva niente: della cambiale. La signora Maddalena aveva fatto una scenata al marito per via del cameriere del caffè del teatro, che, stanco di scrivere, era venuto in persona, nel negozio Monghisoni, per farsi pagare i suoi centocinquanta franchi.
—La cambiale?… La cambiale?… Una cambiale?—balbettava il signor
Daniele in convulsioni, aggrappandosi al figliuolo.
Giacomo, che non aveva mai visto quegli occhi, quel viso, quel color verde, quella, bava alla bocca, si spaventò, gli buttò le braccia al collo, stringendolo forte, disperatamente.