—Si figuri!… Basta la parola!…—E così dicendo alzò il bicchierino.
—Alla sua salute, signor Trebeschi.—Poi volle toccare anche con Giacomino, e lì, nell'angolo buio del caffè, bevendo il vermouth, il signor Daniele firmò la cambiale. Il signor Facchinetti la cacciò subito nel suo portafoglio, col danaro degli interessi, e andandosene in fretta e furia, dimenticò persino di pagare il vermouth.
Padre e figlio rimasero ancona seduti, un momentino, per non esser veduti uscire insieme coll'usuraio.
—E adesso, siamo sicuri!—esclamò il signor Daniele guardando il figliuolo con tenerezza, come se lo avesse ricuperato. E gli si fece più vicino, sul canapè.
—Raccontami tutto, com'è andata, fin dal primo principio, perché io ancora non ho capito niente.—E soggiunse che aveva sempre sospettato che quel Richard fosse un poco di buono… Ma invece… la… quell'altra… la sorella…—non aveva il coraggio di dire Fanny—la sorella non ci doveva, aver che fare.
—Oh, anche lei!…—sospirò Giacomino.
—Anche lei?… Anche lei?—replicò ansiosamente il signor Daniele.
—No! No!… Non è possibile!
Colla cambiale, colle bricconate del fratello, la Fanny non ci doveva entrare, non ci entrava, affatto. E babbo e figliuolo si accordarono nel difenderla buttando tutta la colpa addosso al Richard e alla esistenza girovaga, e alla vita del teatro.
—Tutte le sere, esporsi al pubblico in quel modo…—sospirava il signor Daniele.