—Basta di alzar la voce! Hai capito? Basta! Adesso basta, basta,—basta!

—No… no… non basta! No… mio figlio…—si ostinava a ripetere
Daniele, mezzo strozzato.

—Ma che tuo figlio!… Tuo figlio! Quello là non è mai stato tuo figlio! Hai capito? hai capito?

Maddalena rauca, accesa in viso, continuava a tenere il marito per il collo, a stringerlo, a scuoterlo sempre più forte.—Hai capito?… Hai capito?… Allora basta di gridare, basta di seccarmi. Va! Va via!… Fuori dei piedi!—e così dicendo, gli diede tale una spinta che lo mandò traballante fin contro l'uscio.

Poi, a poco a poco, s'andò calmando e mentre si ravviava i capelli arruffati e l'abito sgualcito, ripigliò:

—Avrei dovuto dir tutto anche prima: ho taciuto per riguardo tuo: adesso lo hai voluto tu. Me ne hai fatto un caso di coscienza: colpa tua. Del resto, se mi è capitata una disgrazia… tutte quelle che perdono la testa dovrebbero imparare, da me, come si fa a vincersi, a rimediare, a riparare. Non è vero, signor Mauro?

Questa volta il signor Mauro, che era rimasto a bocca aperta, trasalì, ma non disse verbo.

—Tu—continuò Maddalena, rivolgendosi al marito—quando saprai tutto, imporrai le tue condizioni: la mia punizione, se sarò stata colpevole. Sei il capo della famiglia, farai tutto ciò che crederai più necessario: fa tu, pensaci tu, Ricordati però che il nostro nome, che l'onore e il credito della ditta Monghisoni, non è nè tuo nè mio: è dei nostri figli, di Temistocle e di Gian Maria. Ed ora…—la signora Maddalena cominciava a commuoversi—ed ora… questo posso giurare… se… mi è toccata una disgrazia, non ho… non ho rimorsi!

Vinta dall'affanno, dette in un pianto dirotto, e senza dir altro uscì dalla stanza sbattendo l'uscio.

I due erano rimasti attoniti, trasognati.