—Signor Mauro—disse poi Daniele sottovoce, come per interrogarlo.

—Io?…—rispose l'altro abbottonandosi la pelliccia.—Io…Io per me non lo crederò mai; nemmeno, nemmeno se avessi visto coi miei propri occhi.—Si cacciò il cappello in testa, e se ne andò lentamente, pesantemente, senza mai guardare il signor Trebeschi, senza nemmeno salutarlo.

Daniele, lo vide uscire, lo sentì scendere le scale, ma non si mosse: fermo, immobile, pietrificato, restò lì un bel pezzo a pensare.

—Imparate da me!… Imparate da me!…—mormorò alla fine, scrollando il capo, sospirando melanconicamente.—Belle cose da imparare.

Ma, poi, quando rientrò nel fondaco—si era fatto tardi; era l'ora di chiudere—diede tutti gli ordini e le istruzioni necessario ai commessi, con voce più forte, più alta delle altre sere.

Per la prima volta, il signor Daniele cominciava a sentirsi un po' padrone in casa sua.

IX.

La disgrazia della signora Maddalena aveva avuto un nome ed anche un titolo aristocratico: si chiamava, il conte Adelino di San Marsilio, tenente dei lancieri.

A' suoi tempi il conte Adelino era stato famoso come uno dei più galanti e dei più allegri viveurs del bel mondo di Torino, di Milano e di Parigi, dove lo chiamavano le comte des mille et une nuits. Ma… adesso? chi ne sapeva più niente?… Era morto? E se vivo, dove era andato a finire?

Aveva dovuto dare le dimissioni, abbandonare il reggimento, perché tutti i nodi vengono al pettine… e anche i debiti quando non si pagano. Si era ritirato a Torino, perché i San Marsilio erano di Torino; ma… poi? Chi se ne ricordava? Qualche creditore, forse.