D'inverno, i Trebeschi pranzavano appena chiuso il negozio: quella sera non c'era Giacomino, non c'era Maddalena: ma egli non volle dare alla famiglia nessuna spiegazione. Disse soltanto:—La mamma è un poco incomodata—e non aprì più bocca per un pezzo. Pareva come investito di una nuova e misteriosa autorità; non essendoci la moglie, scodellò lui la minestra, tagliò e dispensò lui le fette del lesso; e tutti zitti, mangiando adagio, lentamente, senza far rumore. Persino i cucchiai, come fossero presi da un senso di rispetto, pareva che evitassero di picchiare sui piatti. Tuttavia, il signor Daniele, più che dalla propria autorità, sembrava angustiato da un altro pensiero.
Portavano, sì o no, da mangiare a… a quello di sopra? Soltanto l'idea di quel ragazzo gli faceva venire caldo e freddo. Lui come lui, avrebbe anche potuto lasciarlo morire di fame. Ma gli altri no. Quella stupida della Cammilla, per esempio, no; lei avrebbe dovuto pensarci… E a un tratto, vedendo che nessuno si moveva, che nessuno si ricordava di… di quello di sopra, perdette la pazienza e sgridò la Cammilla perché aveva messo troppo aceto nell'insalata.
Appena il signor Daniele aprì bocca, fu rotto l'incanto, e tutti cominciarono a ridere, a gridare, a bisticciarsi, a fare una casa del diavolo. Non c'era la gatta, i topi ballavano.
Il signor Daniele gridò più forte, pestò i piedi, poi tacque stanco, seccato.
Si sarebbe fatto sentire il giorno dopo.
—Temistocle!… dove andate?… Gian Maria! Giù quel cappello!
Vergogna! Vergognatevi!
Ma che? non gli badavano nemmeno, e i due ragazzi, col boccone in gola, scapparono di casa.
—Non c'era la mamma, dunque… viva la libertà!
Il signor Daniele pensò che sarebbe stata necessaria una di quelle lavate di capo come le dava sua moglie; e tornò a concludere.
—Domani mi farò sentire.