In quanto alla roba; quella sua "propriamente sua" avrebbe potuto portarla con sè, tutta in un baule. E forse, anche il baule, avrebbe dovuto farselo prestare dalla Gioconda.

Evelina e Nora, fatte ormai a quella vita, prese nell'ingranaggio di quell'esistenza avventurosa e precipitosa, avevano finito col diventare due ruote del baraccone.

Nora, che Matteo Cantasirena chiamava sempre "E-lè-oo-nò-ra" compiacendosi nel far risonare tutte le vocali del bel nome armonioso, era maestra di canto e di pianoforte. Aveva una voce bella, e sapeva leggere discretamente; ma non c'erano abilità straordinarie. Eppure lo zio era riuscito colle sue aderenze, colle sue influenze, a imporla, a farla accettare come maestra al Conservatorio; e dopo quella nomina ufficiale tutte le cantanti che passavano da Milano dovevano prendere alcune lezioni di perfezionamento da Eleonora. Era come una tassa che le colpiva, tutte indistintamente, e che variava a seconda dei quartali o del loro peculio. E quelle povere prime donne, per piacere a Cantasirena, per cattivarsene l'animo e per avere la sua protezione, si scalmanavano tutte in grandi ammirazioni, e si prendevano tutte di un grande amore per la cara Eleonora. La coprivano di carezze e di regali, la portavano in giro, in carrozza, come in trionfo, erano continue feste, continui inviti; e poi le lezioni, a costo di fare un debito, si pagavano al papà, sempre prima di andare in scena.

Invece, alla buona Evelina, era affidata la compilazione del gran dizionario Dei patriotti viventi. Dei morti, Cantasirena se ne occupava soltanto quando si trattava della sottoscrizione per il monumento. Il dizionario usciva a puntate, durante i periodi più difficili, quando Cantasirena non aveva un giornale o il Ministero negava i fondi: perchè Cantasirena aveva cominciato con Cavour ad essere ministeriale, ed era sempre rimasto ministeriale, per quanto si fossero cambiati i ministri. Per la sua coscienza di pubblicista la destra e la sinistra non erano, non potevano essere altro che le due mani del medesimo corpo: la patria…. Si intende, la patria dell'ordine.

E quando c'era una nuova puntata del Dizionario dei patriotti viventi da pubblicare, Cantasirena scriveva lettere, faceva visite, domandava schiarimenti, informazioni, notizie, sapeva destramente rievocare il passato, tanto per lusingare ambizioni, quanto per incutere timori; ma il patriotta vivente, tanto perchè Cantasirena parlasse come per farlo tacere, doveva sempre pagare. E se il Dizionario non poteva mancare ai patriotti, non c'era pericolo che i patriotti mancassero al Dizionario!

Quando Matteo ebbe finito coi patriotti che avevano fatto l'Italia, cominciò con quelli che l'avevano servita e la servivano, coi patriotti che la illustravano, nelle arti, nelle scienze…. Adesso aveva cominciato una nuova, infinita categoria: i patriotti "della Beneficenza."

Matteo cercava i nomi nelle guide, negli indicatori ufficiali, e poi Evelina era capace, all'occorrenza, di fare anche cinque o sei patriotti al giorno.

È vero che anche Evelina aveva a sua volta chi l'aiutava: erano i giovani infelici che dopo essere stati lusingati da Nora, venivano piantati sul più bello. I disgraziati, pur di continuare a vederla, a respirare un po' della sua aria, e nella speranza fors'anche d'ingelosirla, si mettevano a far la corte ad Evelina, alla quale toccavano così, di seconda mano, gli abiti smessi di Nora e i suoi amanti abbandonati.

Essa viveva di riverbero, colla luce di quell'altra, ma intanto viveva.

Evelina era bruttarella davvero. Il corpicciuolo miserino, sformato: pochi capelli chiari chiari e lisci, i denti radi e un po' guasti: e tutto il viso d'una trasparenza giallognola, lustro di sudore, e col barbaglio delle lenti grosse traballanti sul nasino troppo piccolo. Eppure, così bruttina, aveva attrattive tutte sue. Più che farle danno, il confronto della bellezza florida, esuberante di Nora le tornava vantaggioso, inspirando per lei un senso di simpatia pietosa, gentile, e con quella sua aria di malatina rassegnata, si rendeva interessante. La sua voce di solito velata, nella lentezza dolce degli intimi colloqui aveva seduzioni tenere, occulte, e quando si levava il pince-nez, gli occhi bigi, un po' loschi e stanchi dietro le lenti, si ravvivavano di un lampo di luce, e avevano bagliori e carezze misteriose.