—Oh! cara, cara, cara…. Ho fatto male alla regina mia cara, cara, cara!—e la baciò lì, fra i riccioli della nuca, vicino al fermaglio di brillanti.

—Cara, cara, cara….—e tornò a baciarla.

Nora, sempre a capo chino non si muoveva. Perchè non si moveva? Il Casalbara tenendola stretta, abbracciandola più forte, le alzò il capo per guardarla. Essa piangeva, piangeva silenziosamente, lacrime grosse, goccioloni, che le eran caduti sulle mani, sul vestito.

—Oh, bimba mia! Povera bimba mia!—esclamò il Casalbara esaltato, commosso.—Cosa c'è da piangere?… Perchè?… Ma perchè?—E con un trasporto sincero di tenerezza, e col trasporto smanioso della passione, la baciò sui capelli, sugli occhi, sulla bocca, mentre continuava a domandarle:—Perchè? ma perchè, santo Iddio?… Perchè?

Nora, vivamente, gli allontanò la faccia colla mano, graffiandolo, e scoppiò in singhiozzi.

—Perchè? Perchè? Perchè non volete essere la mia regina?

Allora Nora si sfogò, balbettando, singhiozzando, ora nascondendosi il viso per la vergogna, ora torcendosi le mani per il dolore, per la disperazione.

Aveva capito tutto; la colazione coll'Edita, col Kloss, era stata un pretesto: una cosa combinata. Lui agiva così perchè non la stimava: sì, non la stimava; e aveva ragione di non stimarla: sì, con lui era stata troppo leggera, senza testa, aveva dimenticato tutto. Ma egli si era mostrato così buono, così nobile, così rispettoso…. Doveva capire che lei era una testa esaltata, malata; doveva compatirla, ma non trattarla così! E presa da un impeto di furore, si tolse convulsamente il vezzo di perle, strappandosi ancora qualche capello, e lo ricacciò nel cassetto.

—Doveva capirmi e compatirmi; non insultarmi così! No! No! No! Così no! Così no!

Il Casalbara, sempre più sbalordito, quasi quasi piangeva anche lui….