—Venga di là…. un ditino di Xerez…. e c'è anche un piccolo ricordo…. per lei.

Nora, muta, triste aveva abbassato il capo, presa da una grande confusione, da un grande avvilimento. Il Casalbara, sempre tenendola abbracciata alla vita la condusse nella stanza più raccolta, più discreta. Era tutta chiusa dalle tende, e fra le tende, i cortinaggi, le trine, a poco a poco, in fondo, dov'era quasi buio, appariva l'alcova.

—Qui…. cerchi qui….—le disse il Casalbara avvicinandosi al piccolo tavolino, dinanzi a un gran sofà basso, tutto circondato da cuscini ammonticchiati.—Sieda qui con me e cerchi in questo cassetto; poi prenderà una gocciola di Xerez, poi scapperà via!

Nora si lasciò condurre quasi macchinalmente. Il duca la fece sedere con lui, e mentre allungava la gamba, che gli tornava a dolere, aprì il cassettino e la forzò a mettere la mano dentro, sopra un astuccio di velluto.

Nora lo lasciava fare e non parlava.

—Cos'è?… Vediamo cos'è?…

Dall'astuccio il Casalbara levò un filo di perle con un piccolo fermaglio di brillanti.

—Oh le perle!… Le perle!… Dobbiamo provare se le perle stanno bene alla mia regina?… alla mia bee—e tornò a belare, colla vocetta da pecora, "mia bee-ella regina!"

Le passò il vezzo attorno al collo, accarezzandole il mento colla mano.

Nora abbassò il capo: ma il duca nel chiudere il fermaglio, coll'orgasmo delle dita tremanti, le chiuse insieme, le strappò qualche capello. Nora fece una piccola mossa.—"Ahi!…"