—Perchè?… Non vuoi?…—domandò il duca maravigliato.
—No, non voglio: tua moglie mai!
E Nora, fissa, risoluta, più che mai ostinata, non rispondeva altro che "no, perchè di no, tua moglie no, assolutamente no" a tutte le domande, a tutte le interrogazioni del Casalbara. Ma si capiva bene che non voleva essere sua moglie perchè non voleva che lui gli facesse quel sacrificio, che abbassasse il suo nome fino a lei, perchè non lo voleva legare, sacrificare, perchè non gli voleva pesare nella vita. Voleva essere amata, soltanto amata, senza mai un rimpianto, senza mai un pentimento, senza mai costargli il più piccolo dolore, il più piccolo rammarico.
E il Casalbara, sempre tutto sossopra, con la testa, col cuore, col sangue in fiamme, il Casalbara che non capiva più niente, nè quello che diceva, nè quello che faceva, nè quello che voleva, nè quello che prometteva, implorava lui stesso perchè Eleonora non fosse così fiera, così ingiusta, così ostinata, così crudele, perchè cedesse alle sue brame, perchè lo rendesse felice, orgoglioso, accettando di essere sua moglie…. lei che si era mostrata degna di diventare una regina, di essere innalzata sopra un trono sfolgorante, lei che era una stella, la sua stella del paradiso….
Tremava, ansimava, sudava, tossiva. Tutti e due, sempre nel cantuccio della finestra, dietro le tende, tutti e due abbracciati, continuavano sempre a parlare, tutti e due piano, sommessamente. Lei continuò a dire di no, "no, soltanto no, tua moglie no." E il Casalbara a scongiurare, a protestare che era lui immeritevole di un tanto tesoro, di un tanto sacrificio; del sacrificio immenso che essa gli faceva della sua giovinezza, del dono splendido della sua bellezza divina…. a lui povero vecchio…. Era la prima volta che la commozione e la gratitudine gli strappava quella confessione "a lui, povero vecchio" che sarebbe stato degno appena appena di adorarla in ginocchio. Era lei, la fanciulla grande, generosa, sublime che recava, su quei suoi ultimi anni, tanta ricchezza, tanta benedizione di amore, un così vivo raggio di felicità e di vita.
E mentre la fanciulla, abbracciata, baciata, supplicata, s'irrigidiva nel suo "no, no" e scrollava il capo tristamente, melanconicamente, come se da quella domanda, da quell'offerta di matrimonio fosse stata strappata al suo sogno, a' suoi incanti, mentre il Casalbara continuava a pregarla, a scongiurarla, ad implorarla, la contessa Schönfeld, nell'altra stanza, faceva tremare i vetri coi passi pesanti e strapazzava la cameriera:
—Le diable m'emporte, caara da Dio, ma tu faresti perdere la pazienza anche a un santo! Dove hai ficcato lo spazzolino dei denti e l'acqua del dottor Pierre?…
XI.
Matteo Cantasirena aspettava il ritorno di Nora, seduto nel seggiolone del suo studio. In quel momento non fantasticava progetti, non ruminava articoli: l'occhio fisso, l'orecchio attentissimo, aspettava ansioso di udire i passettini rapidi, risonanti sulla scala. Ma d'un tratto, si accorse dallo sbattere degli usci, dal gridare, che Nora era già tornata a casa, senza che l'avesse sentita venire.
—Nora! Eleonora!—e si precipitò nella camera della ragazza.—E così?… Dunque?…