—Sicuramente!—e il prefetto sospirò.
Sospirò anche Matteo Cantasirena con tutto il fiato del suo pancione. Poi si alzò, restò ritto in mezzo al palco, guardando il teatro, guardando la scena, e finito l'atto sedette egli pure al parapetto.
—Non c'è che un mezzo,—disse poi sommessamente, e avvicinando il bel faccione tentatore, mentre il prefetto rimaneva rigido al suo posto—non c'è che un mezzo per vincere a Primarole e a Castellanzo.
—Per me…. io me ne lavo le mani; e l'ho scritto anche a Roma. Dov'è impossibile vincere, la lotta è inutile e pericolosa. Primarole e Castellanzo sono due rocche inespugnabili.
—Inespugnabili col fuoco…. Ma coll'acqua?—E Matteo sorrise, socchiuse gli occhi, tornò a sorridere. Era un sorriso di adulazione, di protezione, di finezza, d'ironia….
L'altro, che non capiva, stava sempre sulle sue, e sempre più in sospetto.
D'un tratto, Matteo si alzò, tornò a sedersi accanto al prefetto, nell'ombra, e gli disse cambiando tono, risolutamente:
—Commendatore: verrò a trovarla domani: dobbiamo discorrere a lungo. Si tratta di un progetto colossale, che indipendentemente dalle elezioni, da ogni idea politica, può essere di una straordinaria importanza per l'avvenire economico del paese. Noi non abbiamo bisogno del Governo. L'idea è grandiosa: pareva un'utopia al Paleocapa, e il Fara-Bon ha saputo renderla attuabile. Il Comitato è pressochè costituito. Metteremo alla testa il duca di Casalbara.
—Benissimo!—esclamò il prefetto, con un'affermazione che pareva anche un saluto, per quel nome,—Casalbara.
Matteo soffiò più forte, e ripetè con maggiore solennità: