E mentre il Laner, colle lacrime alla gola, si avviava per entrare nella saletta, la Gioconda lo seguì con una lunga occhiata canterellando: "Ah, l'amore, l'amore è un dardo!"—e ricominciò a scopare.
—Oh, il signor Laner!—esclamò Evelina alzandosi allegra e sorridente, per corrergli incontro e stringergli la mano. Ma poi, guardandolo, anche Evelina rimase colpita.
—Come sta, signor Laner?
—Bene!—rispose Pietro arrossendo, perchè la ragazza si era levato il pince-nez per fissarlo faccia a faccia.—Bene!…—e abbassò il capo, si chinò, accarezzando Numa che gli era capitato, sfregandosi, fra le gambe.
Evelina era vestita di nero, con un foulard celestino sulle spalle; il vestito e il colore che le stavano meglio. Tornò subito a sedersi e a scartabellare il dizionario.
—Sto facendo il conte Bobboli.
—Il conte Bobboli beì?—domandò distrattamente Pietro Laner, guardandosi attorno in quel salotto che gli pareva mutato, diverso. Era già pentito; aveva rabbia di esserci tornato.
—Sì, il conte Bobboli e Pio Calca. Lo zio Matteo, credo, li vuol cucinare per le prossime elezioni, per contrapporli al Bonforti a Primarole e al Ghirlanda a Castellanzo!—soggiunse sorridendo Evelina, col disprezzo che le veniva dal suo mestiere di fabbricar grandi uomini a un tanto la riga.
Ma l'altro, ascoltava senza capir niente: Evelina ricominciò a scrivere.
—Dunque?—domandò il Laner colla voce grossa, soffocata.—Dunque?… è proprio vero?