—Io?… Perchè?… Confortarmi?… Io?…—gridava Pietro, accendendosi, fuori di sè.—Confortarmi?… Se tutti si congratulano della mia fortuna! Sì! Per essermi salvato a tempo!… Anche Paolo Jona me lo diceva: Sei stato fortunato: devi ringraziar Dio!… Oh, se lo ringrazio Dio!… Ti ringrazio! ti ringrazio! ti ringrazio!—E il giovane levava diritto verso il cielo il pugno chiuso. La voce rotta da un tremito convulso, il viso contraffatto, sconvolto, livido, gli occhi torvi, stralunati, ansava, smaniava, pestava i piedi, barcollava come un ubriaco.

—Signor Laner! Signor Laner!—balbettava Evelina spaventata.

—Le fo paura? Ha paura?… Perchè mi ha fatto venir qui, lei? Risponda!—E il giovane, fissandola, le si avvicinò, mentre l'altra premeva già la mano sulla maniglia dell'uscio per essere più pronta ad aprire e a scappare.—Perchè? Deve esserci il suo perchè, se mi ha fatto venir qui! Io sono caduto nel laccio anche stavolta!… Sono corso qui, come una bestia, senza capir niente, ma adesso voglio saperlo! Voglio saperlo!—E perduto affatto il lume degli occhi afferrò Evelina per il braccio, e la buttò in mezzo alla saletta, minacciandola.—Perchè mi ha scritto di venire? Perchè mi ha fatto venire?…. Voglio saperlo!

—Gioconda! Gioconda!—strillò Evelina tutta tremante.

Ma invece della Gioconda, si presentò di colpo Matteo Cantasirena.

—Voi qui? In casa mia? Che volete?

L'esaltazione del Laner era arrivata a un punto tale che più nulla poteva frenarlo.

—Da lei, intanto, voglio essere pagato!… Cogli altri la discorreremo!

—Egregiamente!—rispose il direttore, con solenne sicurezza.—Preme a me, più che a voi di finirla; finiamola! Venite di là!

E si avviò maestoso, mentre l'altro lo seguiva a testa bassa, cogli occhi stravolti.