Evelina lo chiamava per nome, colla voce più tenera, più affettuosa, lo spruzzava delicatamente, gli bagnava leggermente coll'aceto la fronte e le nari.

Invece Matteo Cantasirena, rimesso dal primo spavento, cominciava a brontolare.

—Anche questa mi capita, anche le convulsioni!… Anche il Laner che mi diventa matto in casa…. Ma Gioconda!… Ma Evelina?… Come si fa? E col Casalbara che viene a pranzo! E tutto ancora da preparare!

La Gioconda gli rispose stizzita:

—Bisogna fargli bere qualche cosa di spiritoso.

—Il cognac! Il cognac!—Cantasirena sturò la bottiglia del cognac.

—Pietro! Signor Pietro!—Evelina lo alzò un pochino, lo tenne su diritto col capo, esortandolo carezzevole, mentre la Gioconda gli fece ingoiare due o tre bicchierini di cognac, quasi di seguito: il Laner dolorava, sbatteva i denti.

Matteo ricominciò a camminare in su e in giù, brontolando e se la prese anche con Numa. Una volta che gli capitò tra i piedi, gli tirò un calcio terribile: il gatto rotolò con un miagolio sordo e sparì.

—La finisca! Vergogna!—gridò la Gioconda, strapazzandolo.—Mandi invece a prendere un brum, e faccia presto.

Il direttore uscì, chetamente, senza più fiatare.