—Adesso, caro Giovanni, prima di metterci a tavola, berremo l'amaro
"Etneo". È un regalo del Florio, il buon Florio. Florio e Rubattino!…
Nora portò innanzi al Casalbara, un piccolo tavolinetto intarsiato, colla bottiglia dell'amaro, coi bicchierini di cristallo, e cominciò a versare. Cantasirena, intanto parlava, raccontava del suo caro amico Florio che aveva conosciuto nel sessanta, e di Garibaldi che chiamava soltanto "il Generale", e finalmente del vino di Marsala….
Nel salotto tutto era nuovo, o rimesso a nuovo, ma il salotto non era poi altro che lo studio del direttore, col pianoforte al posto del tavolo da scrivere: il pianoforte aperto, colla musica dell'Ideale spiegata sul leggìo. C'era un profluvio di fiori maravigliosi; le pareti erano coperte di stoffe antiche e di trofei d'armi; e dapertutto ritratti; grande abbondanza di ritratti. Ritratti di personaggi importanti, ritratti di bellezze femminili; queste, per lo più, erano le scolare della ragazza. Il vecchio sofà rimaneva coperto da un magnifico tappeto, ma ancora col cartellino del prezzo…. per una dimenticanza del signor Vergani, che aveva prestato tutta quella roba. E vicino al sofà, un'ampia sottocoppa piena, colma di biglietti di visita; tutti, almeno quelli sparsi sulla superfice, degli uomini più illustri: ministri, altezze, grandi scrittori.
—Un altro bicchierino?…—domandò Cantasirena.
—Eccellente, ma basta così!—E il Casalbara si asciugò i baffi premendovi sopra il fazzoletto con garbo, per non portar via, colle gocce del liquore, anche il color biondo, dorato.
Nora, che aveva voluto bere anch'essa due dita di amaro, scrollava il capo, pestava i piedini, faceva le smorfiette più adorabili, tanto che lo zio Matteo, incantato della grazia, della bellezza della sua "cara Eleoonòra" le prese la testina bionda, la baciò, la premette dolcemente sul petto, dallo sparato ampio, candidissimo…. e fissò il Casalbara cogli occhi umidi. Poi, vincendo la paterna commozione:—Andiamo, figliuoli miei,—disse prendendo Nora sotto braccio da una parte e il Casalbara dall'altra,—andiamo…. a mangiare la pappa!
Anche nella saletta da pranzo, via i libroni, gli scartafacci dei Patriotti viventi, spirava un'aria ammodo, con un odorino di tartuffi delizioso; la tavola, piuttosto piccola, scintillava di cristalli e di argenterie in mezzo alla luce raccolta…. Tutta roba quella, mandata dal Cova; il garzone che l'aveva portata, aspettava in cucina, dando intanto una mano a preparare i piatti.
Il Casalbara, appena a tavola, si sentì subito bene, subito a posto. Nora era incantevole, coll'abitino rosa di foulard, un po' scollato; Matteo Cantasirena era un bel mangiatore e un bel parlatore; il pranzo eccellente, e la Gioconda, che serviva in tavola, metteva appetito anche lei col faccione rotondo e le braccia sode.
Cantasirena parlava di Mazzini, di Cattaneo, di Tito Speri…. A ognuno di quei nomi il Casalbara si tirava su impettito, e salutava con un cenno del capo, coll'aria di essere quasi della famiglia; e anche Nora diventava seria, attenta. Poi, Cantasirena, divagando, entrò a parlare di politica; e allora il Casalbara cominciò a distrarsi e cominciò a cercare col piede sotto la tavola…. Ma quando lo cercava lui, il piedino di Nora gli sfuggiva di sotto e gli occhi della fanciulla sorridevano birichini;… quando, invece, egli stava fermo, il caro piedino veniva subito tentatore, istigatore, a premere il suo lungamente e allora gli occhi dell'amata gli sorridevano languidi.
"Stella!… Stella!… Che stella!…"