Cominciava la sua estasi, il suo incanto: una casetta tranquilla, ordinata; il pranzo e la colazione sempre a quell'ora; un marito buono, economo; guadagnare abbastanza da poter vivere senza il tormento dei debiti; far tutto lei e far tutto a suo modo; preparare per suo marito piattini squisiti che avrebbero mangiato insieme: e i figliuoli, anzi uno solo, una bambina….—Le bambine sono più affettuose, più docili….
—E il tenente Calafà?
Si riscosse di nuovo, si rizzò, appoggiandosi coi gomiti sulla tavola, premendo il capo fra le mani.
E il tenente Arturo Calafà? Il siciliano bruno, che era stato uno dei primi amori di Nora, e che adesso era diventato il suo?
Quello "spencer" spelacchiato che portava Evelina, e che aveva avuto da
Nora, Nora se l'era fatto fare appunto per mostrare il suo amore e il
suo attaccamento al tenente Calafà e alla sua batteria. Ma poi il
Calafà era partito; lo spencer aveva perduto il pelo, era arrivato
Pietro Laner, e Nora, che a scrivere si seccava, aveva ceduto ad
Evelina la corrispondenza e lo spencer.
Però, anche Evelina non era molto soddisfatta del regalo. Pazienza per lo spencer; ma dal tenente Calafà cosa c'era da sperare?
Essa gli aveva scritto una prima lettera assai patetica, a nome di Nora, pregandolo, supplicandolo di "non pensarci più."—"Lo zio Matteo ha scoperto tutto e ha imposto a Nora di troncare sul momento, ogni e qualsiasi relazione."
Il Calafà, subito, aveva risposto furibondo, minacciando vendette, tragedie. Ed Evelina, al solito, per calmarlo, un'altra letterina, poi un'altra ancora, e così via via, tutte più tenere, più malinconiche, e con maggior numero di parole sottolineate:
"…. Rinnega la fede, lei, signor Arturo? Rinnega di credere, di sperare?… Rinnega la vita?… Ma lei, almeno, può vivere del suo dolore! La suprema, la beata gioia di amare e di sentirsi amato, lei, signor Arturo, l'ha provata, l'ha goduta, sia pure per un giorno, sia pure per un'ora!…—Ma chi nella solitudine profonda del suo cuore ignorato, non ha memorie, non ha ricordi; chi sa, chi sente che non potrà mai essere amato, mai, mai, perchè sa di non poter piacere, di non poter interessare, perchè sente di non essere mai stato nemmeno osservato, nemmeno veduto…. Oh, come vorrei, come vorrei, come invidio lo spasimo della sua anima, l'atroce e grande ricchezza sua, sua!"
"Lei, signor Arturo, ha sentito il suo cuore vivo, vibrante, palpitare sotto una mano adorata! Ma…. e io? e io? e io?!—Ah, no! No! No! Dimentichi tutto!—Che cosa ho scritto?—Sono pazza! Mi deve giurare sul suo onore di gentiluomo, di distruggere, di abbruciare questa lettera, subito, subito.—Pietà di me!… Ah, Dio, Dio, Dio, quanto sono infelice!…"