Non si vedeva nell'oscurità che il chiaror cupo, rossastro della finestra, e il bianco del letto.

—Dov'è signorina? Venga qui! Signora Evelina!—ripetè Pietro dopo un istante, più vivamente.—Cosa fa? Ma dov'è? Venga qui!

Poi, alzandosi un po', vide che la ragazza si era buttata nel seggiolone presso la finestra: aveva il capo basso, il viso nascosto nelle mani…. piangeva.

—Piange!—esclamò il Laner, rizzandosi di colpo sul letto.—Piange?
Venga qui! Ma venga qui! Perchè piange?

L'altra non rispose, non si mosse, scoppiò a piangere più forte, dirottamente.

—Venga qui! Voglio che venga qui!—gridava il Laner fuori di sè.

Evelina, sempre piangendo, singhiozzando, si alzò lentamente, si avvicinò, attratta contro il voler suo dal fascino, dalla voce imperiosa del giovane. Quando fu in mezzo alla stanza, un lampo la rischiarò all'improvviso: aveva la faccia nascosta nelle mani, tutto il corpo sussultava convulsamente, rotto dai singhiozzi.

—Venga qui!

E il Laner, sporgendosi dal letto, quasi a cadere, scivolando, riuscì ad afferrarle un braccio, l'attirò a sè. Evelina non voleva; voleva opporsi, liberarsi.

—No, no, signor Pietro!