—Andemo a Milan?
—Andemo.
Trotterellando, corsero a confidare la loro risoluzione, il loro colpo di testa a Don Giuseppe, che rimase attonito, a bocca aperta, un po' perplesso e impensierito per quella partenza.
—Certo, certissimo, un'inspirazione del loro buon cuore, non può essere che un'inspirazione di Quel di lassù. Intanto, in quanto a me, per tirare innanzi in questi giorni…. Dio vede e Dio provvede!
E Don Giuseppe,—erano in cucina,—sospirò guardando malinconico i fornelli.
Ma la signora Angelica e la signora Rosa si affrettarono a tranquillarlo. Per una settimana avevano date tutte le istruzioni e anche le provviste occorrenti alla Nunziatina, la figlia dell'ortolano. Prima di partire avrebbero preparato il golasch colle patate per due giorni; per altri due giorni, pollo e patate a lesso; per i giorni di magro il merluzzo, le uova, e insalata di patate. Avrebbero consegnato alla Nunziatina il quantitativo occorrente di burro, di caffè; poi sarebbero tornate, giusto in punto, per il giorno della lavandaia, e Don Giuseppe non si sarebbe nemmeno accorto della loro assenza.
E così, piene di borse, di fagotti, con un'oca "bella grassa" e un sacchetto di noci, le due vecchierelle, sempre collo scialletto nero e col fazzoletto di maglia grossa annodato sotto il mento, capitarono a Milano, tenendosi vicine vicine, per non perdersi in quel diavolesso, in tutta quella gran confusion!
Ma, subito, si rincorarono alla vista di Pierino che le accolse festoso, giubilante, e che esse—Dio sia lodato!—ritrovavano, dopo tante angosce, perfettamente rimesso in salute; soltanto con un colorito un po' più pallido, "più civil!" Poi tornarono a confondersi, a smarrirsi alla vista del "signor commendatore direttor Cantasirena" e alle sue espansioni rumorose, assordanti. Ma di nuovo si rinfrancarono, si consolarono con Evelina, così modesta, insinuante, economa, tutta di casa, e così piena di attenzioni e di premure.
La signora Angelica e la signora Rosa, piombate da Crodarossa a Milano, spinte dal presentimento, dal dubbio di una disgrazia, vi ritrovavano invece il loro Pierino rimesso in gamba, colle ventimila lire ancora intatte, e "vicinissimo a farsi uno stato magnifico, sotto la protezione del signor commendatore direttor." E trovarono pure il buon tempo, l'allegria, quegli svaghi che in tutta la loro vita non avevano mai avuto, non avevano mai sognato.
Pierino sentiva ormai che della sua grande felicità d'un tempo non aveva più altro che quelle due vecchierelle, e si mostrava assai più affettuoso e amoroso. Matteo Cantasirena faceva loro, col vocione rimbombante, elogi e complimenti straordinari, ch'esse, magari, non capivano bene, ma che cercavano poi di spiegarsi l'una all'altra quando erano sole, e le teneva allegre, le rendeva arzille, coi pranzi squisiti e coi vini prelibati. Evelina le portava in giro per tutte le chiese, pregava con esse, con esse faceva tutte le sue divozioni, baciava tutte le reliquie. Poi le conduceva a passeggiare sotto la Galleria, o lungo il Corso a vedere i negozi. La signora Angelica e la signora Rosina erano ancora intontite, spaurite, in mezzo al trepestìo della folla. Si tenevano per la sottana, ma abituandosi a mano a mano, cominciavano ad ammirare, ad estasiarsi. Il Duomo esse non lo vedevano nemmeno: era troppo grande, troppo immenso pei loro piccoli occhi esterrefatti, ma rimanevano immobili, attonite dinanzi ai Bocconi, si dilettavano, si godevano, si maravigliavano dinanzi alle trottole, ai topolini, ai pulcinella dei rivenditori ambulanti. E strabiliavano, trasecolate, per i prezzi enormi, "esageratissimi" di tutta quella roba, e poi sospiravano, si guardavano mute, titubanti per via d'un panettone che il loro cuore voleva portare a Don Giuseppe, ma la cui spesa era l'unico tormento, l'unico affanno di quei giorni felici.