—A voi, caro Pietro, anzi a te, oramai posso dir tutto: tu ed Evelina siete i miei soli figliuoli: ricordatevelo per il giorno che mi chiuderete gli occhi: non vi dev'essere nessun altro.—A te, caro Pietro, posso dir tutto: passar vicino ai milioni, come ci sono passato io, oggi, e uscirne completamente incolume, è una grande soddisfazione!—Gli occhi di Matteo Cantasirena luccicavano, pieni di lacrime: si commoveva.

Vade Retro Satana!

E si confidava anche a Numa accosciato vicino al fuoco e che lo fissava sospettoso, arricciando il muso e dirizzando il pelo.

—Caro Numa lo puoi dire alla nostra Gioconda!… Il padrone è stato un eroe del sacrificio!… e morte ai tirolesi!

Quella vittoria, quell'intimo e sereno compiacimento gli recò, col buon umore, le più felici ispirazioni per la grande conferenza di Primarole.

Di solito, la domenica dello Statuto piove sempre; quel giorno fece eccezione.

—È il sole pronubo della Cisalpina! Viva l'Italia!—esclamò il direttore, alla stazione, rivolto a Taddeo, che gli teneva dietro, traballando sulla gamba di legno, con tutte le decorazioni rilucenti e tintinnanti.

—Viva l'Italia!

—Evviva! colonnello.

Era una mattina calda, azzurra, limpida. Matteo Cantasirena costretto a vivere nell'afa ammorbante della città, subito, appena in treno, appena fuori all'aperto, col venticello leggero che agitava, gonfiava, sbatteva allegramente le tendine del carrozzone, rotte dalle strisce vaganti e abbarbaglianti del sole, si sentì ristorato, sollevato, come purificato da un senso di benessere, di liberazione.