—Ah!…—e respirò.
Erano con lui nello stesso scompartimento, i giovani collaboratori delle Risorse italiche: tutti mezzi parenti, amici, fautori di Pio Calca. Belle faccette fresche, fiere, dai baffettini nascenti, solo un po' martoriate e immalinconite dal solino enorme e rigido. C'era Evelina, modesta, aggraziata, più che seduta rannicchiata, nel suo posticino, con una positura d'indolenza languida, cascante, che dissimulava la spalla più grossa. Essa teneva sempre una delle sue manine inguantate sopra un ginocchio di Pietro Laner, come affermando, pur nella tenerezza dell'abbandono affettuoso, la sua proprietà; ma gli occhi, dietro le lenti, si fermavano or su questo or su quello dei giovani scrittori delle Risorse italiche e fermandosi scintillavano: non per civetteria, bensì per calcolo. Due di quei giovani, dovevano essere i suoi testimoni alle nozze; lo aveva fissato lei, di suo capo. E uno doveva regalarle una valigia, con un completo necessaire da viaggio: l'altro un servizio per il caffè in argento: anche tutto ciò pensato e fissato da lei, in testa sua, senza dir niente a nessuno.
Pietro Laner, coll'aria istupidita e trasognata, timido con Cantasirena, timido con Evelina, con tutti, fissava il numero del carrozzone, il 2113: e quel tredici, in fondo, lo turbava, lo inquietava per il viaggio….
Ubbie?… No! No!…
E il poeta scrollava il capo tristamente, e guardava Evelina…. e pensava al suo matrimonio e pensava a "quell'altra" e si sentiva solo…. infelicissimo e sospirava, sospirava con un tremito di sgomento.
—No! No!… Non erano ubbie!… aveva incominciato a rivivere di venerdì!
Primarole era ridente, colle case spesse e colorite, in mezzo alla pianura immensa, inondata, raggiante di sole! Vi era nell'aria una trasparenza cristallina. I vapori del fiume invisibile, si addensavano all'orizzonte in una striscia lattea, luminosa, tenuissima sotto il cielo azzurro, come un mare lontano.
La borgata era piena di gente e di chiasso; le bandiere alle finestre, le viuzze adorne a festoni, un grande arco di alloro e di mortella, all'imboccatura della piazza.
Matteo Cantasirena fece il suo ingresso trionfale, circondato da tutto lo stato maggiore del Comitato, al suono della banda che strombettava l'inno di Garibaldi e la marcia reale, e dando il braccio a Gesualdo Arcangeli vestito all'italiana: un cappellone a larga tesa sulle ventitrè, giacca di velluto e cravatta rossa.
—L'arte! L'arte! Ecco la terza Italia! L'arte di Canova, Gesualdo mio, di Raffaello, non gli studi di osteologia e di veterinaria dei decadenti!