III.
Nora "voleva" essere felice. Voleva essere felice ad onta del marito vecchio, voleva esser felice sebbene Pietro Laner avesse sposato Evelina. Voleva esser felice perchè intimamente sentiva di non esser contenta, soddisfatta: e in fine, voleva esser felice per consolare sè stessa con quell'inganno e far soffrire, colla propria felicità, tutti i suoi nemici.
E—chi lo avrebbe detto?—la più tormentosa nemica della duchessa di Casalbara—della sfolgorante duchessa che maravigliava perfino il mondo cosmopolita di Mentone e di Nizza colla propria avvenenza, colla propria eleganza,—quella cui essa pensava con maggiore accanimento, era la piccola gobba, la misera cenciosa, era la moglie di Pietro Laner!
Era quella perfida, strisciante come una biscia che aveva raggirato, sedotto, chi sa con quali arti, con quali menzogne, con quali insidie Pietro Laner!… E non per altro che per rubarlo a lei; per farle rabbia, per trafiggerle il cuore con uno spillo…. come fanno cogli uccellini i ragazzacci tristi e cattivi!…—Trafiggerle il cuore?… Farle rabbia?… Rubarle quello zotico e ridicolo montanaro allampanato di Pietro Laner?—Che doveva importarne alla Casalbara?… alla duchessa?…
Eppure era così.
Quando Nora aveva saputo che il giovane trentino era gravemente ammalato per lei, perchè lei lo aveva abbandonato, piantato per sposarne un altro, Nora si era disperata, aveva pianto, aveva sofferto dolori e rimorsi…. Ma quei dolori, quei rimorsi le erano cari come una soddisfazione, come una seduzione nuova e strana: erano la idealità, la gioventù, l'amore di cui adesso sentiva la mancanza, la nostalgia nel torpore della beatitudine materiale creatale da quel mercato di sè stessa. Nelle lunghe ore in cui doveva sopportare le carezze caute e raffinate e sorridere alle tenere parolette vecchio fidanzato, essa correva colla mente, col sangue, col calore di tutta la sua giovinezza, ai baci folli e tempestosi, alle collere tremende, alle furibonde gelosie del giovane amante….
Una sola di quelle furie, di quelle esplosioni avrebbe mandato a pezzi il vecchio duca, lo sposo ingommato e verniciato, che doveva frenare anche i palpiti del cuore, per consiglio del medico! E pur mostrandosi sottomessa e docile e amorosa in quella sua intimità legale, che pareva una tresca, sentiva ch'era per essa come una seconda vita l'agonia del giovane poeta che aveva avuto i suoi baci e che moriva per non averli più; era per essa una vita segreta, la vita dell'anima, del cuore, dei sensi che la consolava, la innalzava, la ricreava. Il Laner moriva per lei! Questa sarebbe stata la tragedia del suo matrimonio, questo il suo romanzo di duchessa, il lutto della sua anima. Un lutto sentimentale, ch'essa avrebbe portato con sè alle feste e ai teatri, come un vezzo di perle nere, come un mazzo di semprevivi. E Nora che volontariamente, per calcolo, aveva abbandonato il Laner, sentiva adesso il bisogno di ingannarsi, di persuadersi che il destino, Dio, la sventura li aveva disgiunti, che anch'essa era una vittima, che anch'essa aveva sempre amato e avrebbe amato sempre, ancora, non quell'uomo che la sposava e al quale non avrebbe immolato che il suo corpo freddo ed inerte, ma il giovane poeta, l'amante che moriva per lei e al quale offriva tutti i suoi trasporti, i suoi baci, tutta sè stessa….
Invece Pietro Laner era stupidamente guarito e sposava Evelina!
Il poeta, il "Bardo trentino" dello zio Matteo, sposava la gobba! Dopo i suoi baci, dopo aver sognata la sua bellezza, si accontentava dei baci della gobba!
Nora voleva vendicarsi: doveva vendicarsi, ma sopratutto voleva essere felice e per questo aveva bisogno subito di un altro romanzo, di un'altra poesia, di un'altra illusione: innamorarsi di suo marito.