Infatti, che cosa le mancava per essere felice e per essere ritenuta felice? Si credeva ricchissima, aveva un gran nome, era padrona della propria volontà, del proprio capriccio… Le mancava soltanto di amare suo marito: questo dipendeva da lei… e lo amò.

Quante fanciulle non si erano innamorate di uomini non più giovani?…

In fine chi le aveva imposto di sposare "il suo Giovanni?" Nessuno. Lo aveva scelto lei, lo aveva voluto lei. Inoltre l'ammanto della virtù le doveva star bene: era un nuovo lusso, una seconda aristocrazia, una gemma scintillante alla sua corona di duchessa "Domus aurea!" e un'altra salvaguardia alla pace, alla felicità, e un altro abisso scavato fra lei e "quella gente" colla quale sdegnava omai ogni contatto.

E Nora riuscì a illudere sè stessa, a illudere gli altri, a dare l'apparenza della realtà a que' suoi affetti, a quelle sue chimere.

Come era stata per il Casalbara la fidanzata docile, languida, amorosa, fu per il marito la moglie innamorata, appassionata, simulando ardori e slanci, ch'erano ispirati soltanto dalla rabbia della sua gelosia, dal suo odio contro il Laner e contro Evelina, e che facevano perdere al povero duca la poca salute e i pochi capelli.

Alla mattina, quando il Casalbara entrava all'ora di colazione nel restaurant dell'albergo, incespicando dietro la sposa bellissima, sfolgorante di gioventù, di salute, di vezzi, pur mostrandosene fiero e soddisfatto e vano, aveva nell'occhio attonito e spento una espressione strana d'inquietudine. Si mostrava beato, ma pareva anche impressionato della sua luna di miele. Era sempre attillato, leggiadretto e ricciutello; ma aveva le mani più tremolanti, le guance più flosce e violette, e sibilava "stella" colla voce fioca e affaticata mentre le presentava il menu.

—Stella… a te.

Era Nora che ordinava sempre, colla sua bella voce rotonda e flessuosa: si divertiva a leggere tutta la lista delle vivande, rideva nello scegliere.

Ed era lieto anche il Casalbara: si godeva che il cameriere notasse le occhiate espressive, quasi rivelatrici della sua giovane sposa, si godeva quando Nora si faceva sentire, a mezza voce, a chiamarlo "Nannucci mio". Soltanto avrebbe voluto poter mangiare più adagio ed esser seduto più comodo.

Tutti ormai a Nizza e a Mentone credevano "all'amore" all'innamoramento della "bella duchessa italiana" per suo marito. Il duca non era elegantissimo, simpaticissimo, non era un eroe, un gran signore?… L'essere, non vecchio, ma appartenere al bel tempo antico, era di moda: lo aveva messo di moda la "bella duchessa italiana" insieme ai larghi cappelloni di paglia nera colle margherite, insieme all'Ideale del Tosti e alla virtù.