Erano nella sala, colla duchessa Eleonora, le sue nuove amiche di Milano. V'erano lord e lady Paget, c'era la vecchia marchesa Chevrillard di Parigi e la principessa Moncalvo di Palermo, poi qualche vecchio diplomatico e qualche giovane sportsman; al pianoforte, la contessina Percy di Westmorel, una miss che pareva un fiore di sambuco, lunga, sottile sottile, colla folta capigliatura biondastra, cantava, accompagnandosi da sola, l'Ideale di Tosti.
Nora, durante il canto, guardava, fissava cogli occhi pieni di ricordi e di sorrisi il duca Giovanni che le rispondeva pure sorridendo e facendo l'occhiolino, ma che intanto pareva curvarsi, torcersi sotto quei lunghi sguardi, e inavvertitamente, con una mano, si premeva le reni.
Tutti parlavano pianino per un riguardo alla miss che cantava: quella gente, sempre così vicina alle stelle, si moveva senza far rumore, come avesse le ali; il bisbigliare sommesso pareva un soffio, uno stormir di fronde: i sorrisi erano brevi e muti, frenati dal sussiego. La vocetta stridula, stonata della miss, s'innalzava sola, libera nello spazio, accompagnata dal lento dondolìo delle teste che s'inchinavano, approvando, dal muover leggero dei ventagli, dal mormorare lontano delle onde rincorrentisi lungo la spiaggia.
La miss, animandosi, cantava, stonava più forte, quando, a un tratto, ecco, come una maschera matta in un veglione, una signora grossa, gonfia, imbellettata precipitarsi prima fra le braccia del duca di Casalbara, poi fra quelle della duchessa, gridando e gesticolando, maravigliando e quasi spaventando tutta quella gente.
—Ah bijou! Mon bijou! Tu es encore plus belle! Il matrimonio ti ha fatto benone! Ah, mon cher ami! Vous êtes toujours un gros scélérat, un miserabile come dite voi altri en Italie! Non farmi più saper niente! Io l'ho saputo per miracolo dal mio impresario di Milano! Sono qui di passaggio: vado a Montecarlo: Je veux courir la chance.—Volevo scriverti anche per farti dire de ma part à ton père, à ton oncle je ne sais pas…. ce qu'il est enfin, qu'il s'est comporté avec moi comme un vieux filou. Ha scritto che la Schönfeld n'a pas le physique du rôle per la Cavalleria Rusticana! Caaro da Dio! Mon cher ami Mascagni, au contraire, mi ha abbracciata. Oh, ma anche tu canti sempre? Mi presenterai alle tue amiche e faremo della musica, della buona musica!
Il duca e la duchessa di Casalbara chiusero le porte dell'Hôtel Duval alla signora Schönfeld, la quale se ne vendicò raccontando a tutta Nizza che quella superba, c'était presque une fille, qui avait entortillé quel vecchio scimmiotto, avec ses minauderies et ses sales complaisances!
Ma il mondo che circondava i Casalbara era troppo lontano dalla Schönfeld per potersene interessare: le chiacchiere del contessone non potevano far danno alla duchessa. Non era di "buon genere" sparlare di lei: credettero tutti invece alla Casalbara, quando essa raccontò che la contessa di Schönfeld apparteneva a una buonissima famiglia ungherese, ma che i rovesci di fortuna le avevano dato un po' alla testa, e ormai, pur troppo, non era più possibile riceverla.
Pure quella leggera nube, subito svanita, fu il primo, il sinistro annunzio della burrasca.
La felicità che Nora aveva desiderata, sognata, raggiunta, fosse la vera sì o no, ormai era la sola alla quale essa poteva aspirare.
L'unico fascino del Casalbara, quello che proprio l'aveva vinta e conquistata non erano i milioni?…