—A Milano?… Tornare a Milano? Adesso che non c'è più nessuno?

Il duca tremò più forte: non ebbe il coraggio di dir tutto, subito, di affrontare di colpo lo scoppio di quella collera.

—Per una decina di giorni, soltanto!… Forse anche meno. Il tempo necessario per riparare ad una cattiveria, un'azionaccia del Kloss. Hai proprio ragione, stella! Il Kloss è un furfante!… un fur….fante!—E gli scappò uno sternuto grosso, fragoroso. Era il solito di tutte le sere: era il segnale della ritirata. La brezzolina umida del terrazzo finiva sempre per infreddarlo.

—Andiamo!—esclamò Nora dispettosamente. E senza aspettarlo, senza prendergli o dargli il braccio, si avviò sola, risoluta, imperiosa, verso la sua camera che splendeva illuminata, in mezzo al terrazzo.

Il Casalbara le tenne dietro curvo, premendosi la mano sulle reni indolenzite, gemendo:

—Ahi! Ahi!… Non mi sento bene stasera…; non mi sento bene.

L'altra non gli badò nemmeno e mandò via subito la cameriera, senza svestirsi.

—Di', su, sbrigati, che c'entra il Kloss?

Il duca cominciò a raccontare delle cambiali, del ragioniere Vigliani, ma poi, per far più presto, le fece leggere le due lettere e l'ultimo telegramma.

Nora, nel primo impeto, se la prese contro il Vigliani; doveva essere un imbecille, un impostore…. o un imbroglione; e siccome il duca voleva difenderlo, allora la tempesta si scatenò sul suo capo.