Il dolore, era ancora più forte della collera. A un tratto fu presa da un parossismo, da una convulsione terribile. Pestò i piedi, si stracciò le vesti, si strappò i capelli, si graffiò la faccia, rompendo, buttando all'aria tutto ciò che le capitava fra le mani, poi si lasciò cadere affranta, esausta attraverso il letto, gemendo ancora, torcendosi ancora, mordendo, nei sussulti dello spasimo, le coltri e i guanciali.
Quando parve quietarsi, quando rimase immobile, distesa, supina attraverso il letto, il Casalbara, dopo averla guardata a lungo, inquieto, incerto, le si avvicinò:
—Perdonami, Eleonora. Posso giurarlo sul mio onore: non ho voluto illuderti, ingannarti; io stesso mi ero ingannato, mi ero illuso. Perdonami, sono colpevole verso di te, per la mia spensieratezza! Io non ho mai badato agli affari…. a' miei interessi. Mi credevo sempre abbastanza ricco per non dovermi preoccupare dell'avvenire. È stato un errore, una colpa. Ti domando perdono—perdonami…. adesso la sconto amaramente. Ma se avessi potuto soltanto immaginare…. questo che oggi mi succede…. sul mio onore…. ti giuro…. ti avrei detto tutto, prima….
Il povero vecchio si avvicinò di più…. Gli gocciolavano le lacrime dagli occhi gonfi.
Nora era sempre buttata distesa attraverso il letto.
—Ti avrei detto tutto…. a costo di dover rinunciare al mio paradiso…. di perdere l'amore della mia stella,—bisbigliò umilmente, quasi supplichevole, fissando il collo bianco e i capelli biondi.
Nora non piangeva più, non gemeva più: non rispose, non si mosse.
—La crisi è passata,—pensò il Casalbara, disposto a compatire, a perdonare, a dimenticare tutto quanto era successo, nell'egoismo intimo della sua passione, nel bisogno materiale di quella donna. E si consolò. Eleonora aveva gridato, si era sfogata…. ma infine si era calmata!… Era stata ingiusta; nell'impeto di quella collera era stata brutale, atroce…. villana. Da quella bocca incantevole, divina, erano uscite parole nuove, strane, parolacce volgari. Ma, ormai, si era sfogata…. si era calmata…. era lì, quieta, buttata sul loro letto…. Egli l'aveva ancora…. Che importava tutto il resto?… Essa gli era rimasta!… L'aveva ancora!…
Prese lo scialletto di crespo, il fisciù di trine, la casacchina rosa da letto tutta morbida e fragrante, che Nora nel suo furore aveva buttato qua e là, li piegò, li ripiegò, lentamente, amorosamente, li collocò sul canapé. Cercò le piccole babbucce orientali e glie le posò vicino…. accese la fiamma a gas dinanzi al piccolo specchio dove Nora usava fare la sua toeletta della notte, le preparò il largo pettine e la spazzola d'avorio pei capelli. La guardò, la sogguardò furtivamente: era sempre quieta…. Ormai la tempesta era passata…. Gli era rimasta! L'aveva ancora!…
Passò dall'altro lato del letto, ne distese, ne rimboccò le coltri dalla propria parte, si preparò l'acqua collo zucchero…. tornò in mezzo alla camera, vicino al sofà, cominciò a levarsi l'abito, il gilet…. e tornò a guardarla;… poi le si avvicinò piano, e prendendola delicatamente colle due mani sotto le ascelle per aiutarla a sollevarsi, le disse baciandole i capelli: