—Voglio saper tutto,—ripetè la duchessa.

L'altro, ancora un po' sossopra, balbettò:

—Allora mi farò coraggio… per ubbidirla,—e cogli occhi cercò il posto dove sedersi.

Ma appena il Vigliani cominciò a parlare d'affari, diventò un altr'uomo; mutò voce, espressione; non era più confuso, non si sentiva più impacciato. Fece passare la duchessa sul canapè perchè stesse più comoda, e sedette a sua volta, si sdraiò sulla poltrona accanto, accavalciando le gambe l'una sull'altra. Parlò chiaro, esplicito, quasi duramente.

—Bisogna vendere il palazzo di Milano, bisogna vendere la villa e i fondi di Casalbara. Bisogna ridursi a vivere a Bergamo…. con una quindicina di mille lire all'anno. E questo bisogna farlo subito.

—Subito?

—Tirando in lungo, perdendo una buona occasione non si salva più nulla!

—Subito?… Subito?…—ripetè Nora, quasi con un gemito nella voce tremante.

L'altro parlava sempre in fretta, guardando spesso l'orologio della caminiera, dimenando la gamba che aveva a cavallo sull'altra, e mostrando la calza bianca, grossa, sotto la scarpaccia inzaccherata.

—Lei, povera signora duchessa, lei sconta adesso quella… quella diremo… ostinazione del signor duca di non avermi mai ascoltato, quando raccomandavo col dovuto rispetto, di limitare le spese secondo le rendite: Mah! siamo sempre andati avanti, in tutti questi anni, non per colpa mia, ci tengo a dichiararlo, come ai beati tempi dei Casalbara, signori e padroni di terra e castella, col diritto delle decime e di batter moneta!