—Allora vuol dire che si sarà sbagliato,—rispondeva Evelina con calma.
—Io mi sono sbagliato! Io sono stato un asino a fidarmi! Ad accettare la firma del Direttore!—continuava il Brunetti gridando.—Se io non facevo presto a pagare, avevo la cambiale protestata; ero compromesso, rovinato!… Sono cattive azioni!… È una vergogna! Ma questa volta o mi paga, o mi vendico!—e il pover'uomo, s'infuriava anche di più perchè lo lasciavano dire senza troppo inquietarsi.
Infatti Evelina continuava a scrivere, Pietro Laner a correggere le bozze, e la Gioconda lo stava a guardare col faccione tondo, beatamente stupido.
—Mi vendicherò! Sì! Voglio vendicarmi! È una vergogna! È un'indegnità! È un'infamia!—E la sua rabbia, la sua collera contro il Direttore era arrivata a un punto tale che già gli dava dell'imbroglione, del ladro, minacciandolo persino di farlo metter dentro, quando, a un tratto, spalancatosi l'uscio dell'anticamera, ecco Matteo Cantasirena, proprio lui, in persona, seguito dal fattorino della Faré, e da quell'altro—il tappezziere—che gli faceva la posta sul portone.
—Ah, finalmente! Sono due ore che vi aspetto!—Gli occhi del signor Brunetti erano ancora stravolti dall'ira, ma il tono della voce era già cambiato.
Matteo Cantasirena, acceso in volto, il cappello all'indietro, l'ampio soprabitone svolazzante, era tutto pieno di pacchi e pacchetti e cartocci di roba; e nella stessa mano che teneva la canna dal pomo d'argento, aveva un bel mazzo di fiori.
Egli rimase muto un istante, guardandosi attorno come smarrito, come invocando un conforto, poi a un tratto esclamò con grande dolore e insieme con grande espansione:
—Ah, Brunetti, Brunetti mio! Non sapete la disgrazia? Evelina,
Evelina! Sai chi è morto?
Tutti, meno Evelina, rimasero sorpresi, guardando il Direttore.
Chi era morto?