Nora sedette nella sua poltroncina presso la scrivania, in un angolo del salottino, sotto la finestra, e fece sedere il signor Ambrogio in un'altra poltrona dinanzi a lei.
—Mio marito le fa tante scuse. Non può alzarsi. È stato ripreso da un accesso nevralgico: soffre assai e non può sopportare la luce.
Il signor Galli, seduto, fece un altro inchino, sporgendo il capo. Questa volta Nora aveva parlato nervosamente, in fretta; egli non aveva proprio capito nulla.
Nora aveva avuto quelle notizie dalla cameriera. Era stata fin sull'uscio della camera del duca, ma non era entrata: erano bastate quelle poche ore: sentiva per suo marito un senso quasi invincibile di repulsione.
Intanto, essa aveva presa una sigaretta per sè e ne aveva offerta una al signor Galli, che, ringraziando, disse una delle poche bugie della sua vita:
—Grazie, non fumo.
In quel momento sarebbe stato troppo imbrogliato coi guanti, la sigaretta, il cerino.
Nora, sempre sorridente e cacciando il fumo dalla bocca, movendo le labbra come se volesse dar dei baci, continuava a parlare, ma l'altro continuava a non capir bene.
Allora si sentì ridicolo, ritrovò la propria fierezza, e, per mettersi al suo posto, per fissare nettamente che non era lì nè per fumar sigarette nè per far complimenti alle duchesse, ma soltanto quale un vecchio uomo d'affari, esclamò colla voce forte:
—Non so se il signor Kloss ha avvertito la signora duchessa che io sono un po' sordo.