—Oggi mi sento benino, caro dottore!…—e gli stese la mano sorridendo.

Ma il dottore lo guardò in un modo così serio che gli troncò a mezzo quel sorriso.

—Glielo dirò io…. come sta!—esclamò gravemente. Lo fece sedere, distendere sulla poltrona, gli sbottonò la giacchetta da camera; gli ascoltò il cuore a lungo, mentre lo faceva respirare; gli picchiò colle nocche di qui…. di lì…. tornò ad ascoltarlo, a fargli emettere un sospiro lungo…. lungo…. più lungo.

L'occhio del duca, in tutte quelle operazioni, era fisso sulla faccia impassibile del dottore: e gli domandava ansioso, colla voce debole:

—E così, dottore?… Dunque?… Dunque?…

Il dottore continuava a non rispondere, ad ascoltare, a picchiare.
Evelina chiudeva le gelosie, abbassava i trasparenti della finestra.

—Dunque, dottore?… Sto peggio?

Finita quella visita, il duca si sentiva peggio realmente…. peggio degli altri giorni; si sentiva freddo.

—Ho un po' di febbre, dottore?

Il dottore gli abbottonò la sottoveste: gli annodò la cravatta; Evelina portò un cuscino morbido di piuma che gli accomodò dietro le spalle, e una coperta nella quale gli avvolse le gambe.